Baino fece una spallucciata e tornò ai suoi rigagnoletti.
— A voi — disse Galosso all’ostessa. — Venite via.
— Cosa volete? — chiese ruvidamente colei.
— Eh, per bacco! voglio bere.
Voltò le spalle, tornò nello stanzone, e si pose a sedere in fondo a una tavola, nell’angolo più lontano dal biliardo. L’ostessa lo seguì senza troppa fretta, e gli mise dinanzi una bottiglia e un bicchiere.
Il forestiero e il maestro continuavano la loro partita; il primo largheggiava di norme, di consigli, di esempi; il secondo s’ingegnava di conformarsi, dandosi gagliardamente dell’asino quando sbagliava, facendo un modesto scambietto quando l’azzeccava.
Galosso sogguardava l’uno e l’altro, nero come un calabrone. Gli pareva agro a sopportare che un ignoto, un intruso, il quale nè si era degnato di salutarlo nè mostrava d’accorgersi della sua presenza, gli rubasse il compagno, l’amico indivisibile, forse forse per l’intera serata. Un bell’amico però, che lo lasciava a consumarsi di noia in un canto, per lo stolido gusto di strofinarsi a un damerino.
— Stecca falla! — esclamò a un tratto l’incognito. — Si dice così quando non si batte in pieno la palla, e questa dà un suono come se si scheggiasse. Ha visto come andava torta? Daccapo: prenda bene la mira.
— Non ci vedo più — disse Tomatis con voce compunta. — L’anno passato gli occhi mi servivano ancora benissimo, ma adesso... Facciamo accendere?
Il signore guardò verso il cortile, vide che si faceva buio, e andò a prendere il cappello e il bastone che aveva posati sur una sedia.