— Ma avrà visitato il corpo, avrà scoperta la causa...
— La causa? — gridò la donna. — La causa della morte? La rottura d’una vena dentro lo stomaco. Il medico l’ha detto chiaro e tondo con me; ed io sono stata contenta. Sa perchè? Perchè così ho potuto sbugiardare quelli che assicuravano che si era avvelenato, che si era tirato un colpo nella testa...
— Grazie! — susurrò Caimi, voltando le spalle e tornando prestamente alla vettura. Comprendeva adesso quanto dianzi avesse paventato di sentirsi dire: — Il signor Raimondi non è morto, si è ammazzato. — E non avrebbe avuto bisogno di chieder altro: che mai poteva spingere quell’infelice a togliersi la vita, se non la certezza del tradimento di colei ch’egli idolatrava? Ma invece la morte era avvenuta per legge di natura: dunque rimpianto sì, ma non rimorso; l’affanno, che lo stringeva alla gola, scemava e svaniva.
La donnetta gli si era messa al fianco.
— Povero signor Raimondi! — diceva con la sua voce strillente. — Ma non stava bene da un pezzo, sa. Senta, la sera prima io l’ho incontrato proprio qui dove siamo. Era giallo come un limone e pareva non potesse reggersi in piedi. Oh come m’ha fatto pena! Avrà avuto anche i suoi fastidi, i suoi dispiaceri... Però se c’era uno al mondo che potesse vivere tranquillo, quello era lui: lui ricco, lui giovane e bel giovane. Mica tanto bello, simpatico. Guardi: questa casa è grande, sa, è un vero paese; e ce ne sono delle donne, vecchie e giovani, padrone e serve: ebbene, non ne conosco una che non si sentisse grillare il cuore quando lo vedeva; non una, signore!
***
Caimi rivide il suo quadro e ne fu contentissimo: c’era disegno, colore, rilievo, era veramente l’opera vigorosa e gentile, l’opera di prim’ordine che aveva immaginata; ma non gli andava più a genio l’espressione del viso, troppo leziosa, troppo lasciva. Diavolo, contrastava così stranamente con l’austerità dell’abito, con l’ombrosità misteriosa del fondo! Come mai non se n’era accorto?
Non pensò d’attribuire il fatto ad un mutamento avvenuto nel suo intimo, credette d’aver commesso un’incongruenza, uno sbaglio a cui si poteva rimediare in poco d’ora. Non si trattava che di modificare pianamente, destramente, qualche linea. Incominciò con animo pacato e tranquillo. Incontrò difficoltà che non aveva previste. S’imbrogliò, cancellò, poi si arrapinò lungamente per rimettere le cose nello stato di prima. Il giorno appresso continuò a guastare per modo, che alla fine dovette raschiar via tutta quanta la testa. Mandò Battista a cercare il giovanotto che gli aveva servito da modello. Questi era stato condannato per furto la settimana avanti. Che fare? Si circondò di studi e di disegni cavati dal naturale, e si rimise al lavoro.
La forma prima, l’abbozzo era sempre mirabile; sciupava tutto appena cominciava a cercar l’espressione. Sulla tela, a un viso arcigno succedeva un viso torvo, poi uno convulso, e uno spiritato, e quello d’un uomo condotto al patibolo: mai mai il viso bello, mestamente sereno sul quale aveva fermato il pensiero. Che fare? Che fare? Pregare un amico di lasciarsi ritrarre? Altre volte, per altre figure, aveva ricorso a tale espediente con somma utilità; ma ora non sapeva a chi rivolgersi, non conosceva nessuno i cui lineamenti rispondessero neppur alla lontana a quelli ideati. Caimi crollava il capo e sospirava: — Ah se Raimondi fosse ancor vivo!
Raimondi, Raimondi!... Pensava spesso e volentieri a lui; sentiva come palpitare in fondo al cuore qualche cosa di lui, penetrata non sapeva come. Era una commozione acuta ed intensa, una commozione non provata da gran tempo, non provata forse mai. Gli pareva talora che un’essenza arcana e vibrante palesasse la presenza dell’amico in quel luogo: era un’impressione da prima blanda e leggiera, che lo occupava tutto a poco a poco, che lo infiammava e si mutava in tormento. Era lì, era lì, lo sentiva, ma non lo vedeva; e non solo non riusciva a rappresentarlo, a effigiarlo, ma neppure a immaginarlo vivo, in atto di agire e di parlare...