E lavorava indefessamente, duramente, tutto il giorno, tutti i giorni, levandosi dal cavalletto soltanto per prender un boccone, o quando non ci vedeva proprio più. La sera andava a letto presto e non gli si faceva mai giorno per l’impazienza di ritrovarsi davanti al suo quadro. Le gioie del lavoro hanno del divino; però egli non provava alcun gaudio: dipingendo gemeva, imprecava, si rammaricava quasi incessantemente. In certi momenti si cacciava le mani nei capelli e dava una giravolta, non sapendo più che si fare. I dubbi crescevano, lo travagliavano crudelmente. Avrebbe potuto mostrare l’opera sua a qualche collega, ma l’idea sola di scegliere un consigliere, un censore, gli metteva spavento. Così se la passava tutto il tempo da sè, chiuso nel suo studio, senza aprire a chi picchiava o suonava.

***

Una mattina, mentre saliva le scale, si sentì chiamare dal basso; si sporse: Landi e Ricolfi gli accennavano di aspettare.

— Insomma non ti si vede più! — gridò il primo, arrivandogli accanto.

— Si può sapere che cos’è successo? — domandò l’altro, raggiungendoli sull’ultima branca.

Caimi rispose che non era successo niente, che non aveva niente, assolutamente niente. I due artisti entrarono con lui nello studio, andarono diviato al cavalletto.

Il pittore li vide restar come pietrificati; ma invece di accostarsi, voltò loro le spalle, trasse il temperino e si mise a scrostare una vecchia tavolozza, fischiettando fra’ denti.

Vi fu un lungo silenzio. Poi Landi susurrò:

— Hai fatto qualche cambiamento, eh?

— Già — rispose Caimi, laconico.