— Ma è brutto assai.

— Brutto sì, e anche testardo. Accidenti! se è testardo! Ma se vedesse come si ficca nei pruni, come si butta nell’acqua, e come sente la passata della lepre! Adesso non si può, la caccia è proibita, ma quando sarà aperta... Ah! quando sarà aperta...

— È vero — pensò Roberto, — potrò anche andare a caccia... Se mi fermerò...

— Dunque non vuole il mio cane?

— Sì, sì. Come si chiama? Cadeau?

— Tadò, signore. Su, Tadò, va col signore.

Il cane ubbidì al gesto imperioso del contadino, seguì Roberto adagio adagio, quasi sospettosamente, fino alla strada; là si fermò, levò il muso, fiutò l’aria, e scappò indietro verso il pagliaio.

Giacomo lo sgridò, lo minacciò, finse di volerlo pigliare a sassate.

— No, no! — diceva Roberto. — Povera bestia! lascialo stare, lascialo stare...

— Vede! — esclamò Giacomo, alla fine, — adesso ha capito. Se lo dico! Non gli manca che la parola. Su, Tadò, va col signore.