Tadò rimase ancora un momento a guatare il giovane, con una zampa sospesa e dimenando timidamente la coda, poi si mosse, raggiunse Roberto, e gli si mise alle calcagna.

— Povero Tadò — diceva rincamminandosi il nuovo padrone, — abbi pazienza; la pace, la felicità non sono cose di questo mondo. Ma noi faremo conoscenza, diventeremo amici. Per cominciare, stasera ti farò servire una zuppa coi fiocchi; nessun cane dei dintorni potrà vantarsi d’aver assaggiata l’eguale. Insomma t’invito a cena, ecco. Sei contento?

Tadò si fermava ancora ogni tanto e girava la testa verso il Fortino; dopo un poco cominciò a trotterellare, a balzellare; alla fine lasciò la strada e prese a scorrere un campo di stoppie.

Invece di richiamarlo, Roberto lo seguì; si sentiva nelle membra un vigore, una pieghevolezza veramente giovanili; andava franco, saltando i fossi senza considerar la larghezza, passando tra i rovi senza badare alle spine, contento quando si presentava l’opportunità di mettere alla prova la sua forza o la sua destrezza. Era in una di quelle ore, anzi di quelle giornate felici, in cui la vita è insolitamente facile e lieta, lo spirito aperto alle impressioni più pure, l’occhio acuto, l’orecchio fine; una di quelle giornate in cui pare che una mano onnipotente vada ravvivando intorno tutti i colori, svegliando tutte le armonie, rianimando gli esseri, abbellendo le cose, spargendo abbondantemente la gioia e la pace.

— Ecco — pensava: — l’altro ieri avevo dentro un disgusto, una molestia che nessuna cosa bastava a calmare; oggi mi par di rinascere! Perchè non potrei tirar avanti così, godendo giorno per giorno quel po’ di bene che mi è dato godere, senza rodermi l’anima, senza pascermi più oltre d’illusioni e di sogni?

Cammina, cammina, si trovò finalmente dove la campagna cominciava a imboschirsi; e il terreno diventando arido, disuguale, sabbioso, mostrava non lontano il torrente che egli voleva rivedere.

Seguendo un sentieruolo, che serpeggiava tra alte macchie spinose, giunse sul greto e vide, in mezzo a un largo letto di ghiaia e di rena, scorrer rapida e limpida l’onda della Baraschia.

Egli andò a sedere sur un isolotto, una piccola oasi vestita d’un’erba fine, fitta, morbida come il velluto; e di là alzò gli occhi verso l’occidente, al sole che già già toccava le cime degli alberi ond’era coperta la riva opposta.

Sì, quelli erano realmente i luoghi che aveva amato nella sua infanzia e nella sua adolescenza, al tempo delle gioie più sane e più pure. Egli li aveva abbandonati per vivere laggiù nella gran città, triste e caliginosa d’inverno, afosa e puzzolente d’estate, uggiosa in ogni tempo per il frastuono assordante dei tranvai e delle carrozze, per l’andirivieni affollato, per il contatto quotidiano e inevitabile con ogni sorta di gente.

Tadò, accovacciato in una positura da sfinge, guardava fissamente il padrone, movendo appena appena la coda.