— To’! — fece Roberto, chiamandolo e cominciando ad accarezzarlo. — Sei brutto, sai, proprio brutto... ma simpatico. In città ti avrei forse a schifo, qui ti voglio bene. Ti voglio bene come a tutto ciò che mi sta intorno. Ho buttata via la mia boria di cittadino; mai ai miei giorni non mi sono sentito così semplice e buono... E le zanzare lo sanno: guarda come mi succhiano, guarda come accorrono da tutte le parti! Che importa a loro che io appartenga al Club, alla Società delle corse, al Circolo degli artisti? Ch’io abbia gusti aristocratici e viva dei miei redditi? Non vedono in me che una creatura mortale, destinata a provveder loro la cena. Non vedono che questo, e hanno ragione. In realtà che cosa conto io nell’universo mondo? Nulla più di quella povera talpa che dianzi tu hai stritolata coi denti. Parlo sempre a te, animal quadrupede, perchè m’hai tutta l’aria d’intendere. Un giorno me n’andrò anch’io... Ehi! ehi! Adesso basta! Giù... cuccia giù!

Respinse il cane, che si andava facendo indiscreto, si mise supino, e continuò a pensare alla morte, ma senza alcun raccapriccio.

— Me ne andrò anch’io... Verrà un giorno in cui, o repentinamente o gradatamente, gli spiriti vitali mi abbandoneranno; il mio corpo sarà subito preda delle forze chimiche che avrà intorno; queste, senza il mio permesso, anzi senza ch’io c’entri più per nulla, me lo trasformeranno adagino adagino in gas acido carbonico, in azoto, in ammoniaca, in chi sa quante altre sostanze solide, liquide o aeriformi. Questa roba, salvo il vero, si diffonderà nell’aria, per comodo di chi vorrà respirarla; o s’infiltrerà nel terreno e nutrirà le radici. Tutto andrà disperso, nulla andrà perduto. Tutto cambia nel mondo, cambierò anch’io; finirò come un animale, una pianta, una cosa qualunque; finirò come il lenzuolo in cui sarò avvolto, come la cassa in cui sarò chiuso. E così sia... ma il più tardi possibile!

VIII.

Fra occupazioni leggiere, fra semplici svaghi, in uno stato di quiete e di abituale serenità, Roberto vide finire la prima settimana. Cominciò non solo ad avvezzarsi a quella vita, ma ad assaporarne i piaceri. Si levava di buon’ora, faceva colazione nel salotto terreno, con l’uscio e le finestre spalancate. Entrava l’aria fresca, entrava il sole vivificante, entrava il cane, entrava la gatta; le galline si affollavano chiocciando e brontolando sulla soglia, poi sguizzavan dentro alla spicciolata. Il padrone distribuiva pane inzuppato nel latte ai quadrupedi, briciole ai volatili; con pochissimo gusto del buon Giuseppe, a cui toccava far scomparire le traccie dell’invasione.

Data una guardata a quanto si andava facendo per risarcire il palazzetto e la cascina, Roberto passeggiava lungamente in giardino, leggendo il giornale, e soffermandosi di quando in quando per odorare un fiore o per osservare una pianta, una chiocciola, un insetto. Desinava a mezzogiorno, faceva un sonnellino, un po’ di merenda, poi vagolava per la campagna fin dopo il tramonto.

Passata così la giornata nella massima pace, la sera andava a veglia al Cavallo Grigio. Vi trovava infallibilmente Galosso e Tomatis, i quali stavano insieme più che potevano, come amici confidentissimi, ma non facevano altro che bisticciarsi.

Il comico ripetersi dei loro contrasti, l’arguzia saporita di certi ragionamenti, la novità stessa del gergo paesano, divertivano molto il giovane signore, a cui spesso pareva d’assistere a una commediola o ad una farsa del buon tempo antico.

Verso la fine della seconda settimana, Roberto mandò Giuseppe in città, con l’ordine di portargli lo schioppo e gli attrezzi venatori, l’occorrente per dipingere all’acquerello, un ottimo violino, che non aveva toccato da anni, e alcune altre cose lasciate nella fretta della partenza e per l’incertezza dell’avvenire.

Desiderando anche di ampliare le sue cognizioni corografiche, comprò un buon cavallino alla fiera di Bornengo; fece rimettere a nuovo un calessino, che aveva appartenuto a suo padre, e cominciò ad andare a diporto per i villaggi e per le cittadelle circonvicine.