Un giorno, fatto attaccare subito dopo il sonnello pomeridiano, trottò allegramente fino a Riverasco, e vi arrivò così accaldato e così impolverato, che decise di non tornare al Fortino per la strada maestra, ma per un’altra meno battuta e assai più ombrosa, che egli credeva di conoscere. Aveva passata la Baraschia sul ponte nuovo, l’avrebbe ripassata sulla chiatta di sant’Antonio, oppure anche a guado.

Ma l’uomo propone e Dio dispone: egli non s’era forse allontanato un mezzo miglio dalla antica cittaduccia, quando si vide impigliato in una rete di straducole tutte strette, dubbie e intricate così che non trovava più la via di uscirne.

Alla fine, dopo una quantità di giri e di rigiri, potè sgusciar fuori da quel laberinto; ma il sole era scomparso, e dopo l’afa e l’ardore insopportabile della giornata, s’ammontavano per aria nuvoloni densi e cenerognoli, che s’infuocavano e si spegnevano ad ogni momento. Sotto quel cielo, la campagna deserta aveva un non so che di lugubre e di sinistro.

Roberto non sentiva un alito all’intorno; per rinfrancarsi, per scacciare certe fantasie che cominciavano a molestarlo, dava ogni poco una forte frustata al cavallo. A un tratto si ricordò, si riscosse: — Perdio! Mauro Venturino, detto il Calabrese, si aggirava per l’appunto in quei luoghi...

IX.

La notizia della ricomparsa del Calabrese (che tutti credevano rifugiato in Francia da più di un mese) era stata portata al Cavallo Grigio la sera prima da un barocciaio venuto ad albergare.

L’oste, il segretario, il maestro, avevano poi fatto a gara nel dare a Roberto le informazioni più curiose e più truci.

Mauro Venturino, nato fuori di legittimo matrimonio, e abbandonato dai suoi, aveva cominciato a rubare di quando in quando e poco per volta ai possidenti di Riverasco, di Casaletto, di Bornengo e d’altre terre vicine, facendosi via via sempre più audace, finchè, colto in flagrante mentre tentava un furto assai grave, era stato bastonato e lasciato per morto. Appena guarito, il giorno stesso il cui era uscito dall’ospedale, aveva trovato il modo di freddare con una coltellata il suo percussore.

Dopo s’era buttato alla campagna, continuando a infamarsi di ladronecci e di omicidi. In due anni aveva ucciso quattro persone; fra queste una bellissima ragazza di Riverasco (sua innamorata d’un tempo), ch’egli credeva inclinata a tradirlo. Cercato, ricercato, inseguito, trovava scampo nei boschi, o ricovero presso i contadini, i quali tutti sapevano come non minacciasse mai invano e sempre pagasse a misura di carbone.

Baino e Galosso, secondati dal barocciaio e da due oziosi del paese venuti a bere un bicchiere, avevano poi cominciato ad andar per le lunghe, a diffondersi intorno a certe minuzie oscene e crudeli, e ciò forse a malizia, col fine di sbigottire Roberto; però non avevano fatto altro che noiarlo e spingerlo a ritirarsi un po’ prima del solito.