Ma in quella l’uscio si aprì.

— Cosa c’è? — domandò Roberto Duc, affacciandosi appena.

— C’è il suo fittaiuolo che vorrebbe parlarle — rispose Giuseppe. — Dice che ha fretta.

— Fretta no! — esclamò Rocco. — Non ho mai detto questo!

— Avanti! — interruppe Roberto, rientrando subito ed avanzandosi verso la sua scrivania.

Rocco diede un’ultima pulita al cappello, una ultima occhiata agli scarponi inverosimilmente lucidi, e seguì il padrone.

Come furono di fronte, durarono un tratto a guardarsi, immobili e sorridenti: il signore, alto e ben formato, con il viso delicato e piacente, reso singolarmente espressivo dal contrasto fra la capigliatura folta ma già brizzolata, e le sopracciglia e i baffi d’una nerezza corvina; il contadino, basso, tarchiato, con la faccia tutta rasa ed abbronzata, mansueta insieme e gioconda.

— Lei riposava, eh? — disse Rocco. — Ed io, bestia, l’ho disturbata.

— M’ero appena appisolato — rispose Roberto, sedendo. — E così, tutti bene al Fortino?

— Tutti bene; il più malato sono io.