Dal luogo dov’era, Roberto non discerneva nè i lineamenti del viso nè la forma del corpo: la figlia del chiattaiuolo poteva essere attempata, contraffatta, brutta come la versiera; egli se la figurò invece giovane e bella; subito, come per incanto, si sentì rinvigorito, rimbaldanzito, novamente pronto ad affrontare il pericolo.
— Animo! — esclamò sorridendo: — qui ci vuol risoluzione e non perdersi in tanti dubbi.
— Cosa pensa di fare? — chiese Michele.
— Tirare avanti.
— Solo?
— Solo e inerme... Cioè no! Fatemi il piacere: imprestatemi un falcetto, un’accetta, un randello...
Michele corrugò la fronte, pensò; poi, appesa la lanterna a un palo, si avviò verso casa.
Tornò di lì a un momento, maneggiando un lungo schioppo.
— Ecco — diss’egli, — è ancor quello che mi ha lasciato mio padre. Una buon’arma. Per diana se è buona! Non fa cecca mai, neanche d’inverno. La canna è di quelle che si chiamavano Lazarine; è tutto dire. Adesso non se ne vedono più. Non l’ho mai voluto imprestare a nessuno... ma a lei... in questo frangente... Insomma lo tenga, se ne serva a suo piacere.
— Ve lo riporterò domani...