Dopo un poco, Roberto s’impazientì, si alzò e, attraversando un altro salotto, si affacciò all’uscio che metteva in giardino. Le rondini, che avevano i nidi sotto il terrazzino, andavano e venivano senza posa, e così vicine ch’egli sentiva nel viso il ventolino delle loro ali.

Si ritrasse subito perchè lo seccavano anche le rondini.

— Sicuro — pensava, risalendo in camera, — compenserò il padre, ma perchè non offrirei un piccolo pegno di gratitudine anche alla figlia? Essa si è pur disturbata per venir a veder se ero incolume!

Frugò in una cassettina ove teneva gli spilloni da cravatta, i bottoni gemelli, gioie e gingilli: vi prese un anellino d’oro, che portava qualche volta nel mignolo, e lo ripose in una scatoletta, fra un po’ di cotone, dicendo tra sè: — È poco, ma pregherò la Marchesina di accettare il buon cuore...

L’idea gli parve così bella e gentile, che per metterla più presto a effetto volle desinar prima del solito.

Quando fu attaccato, montò nel calessino, e non solamente si mise accanto lo schioppo che doveva riportare, ma nascose sotto il cuscino la sua rivoltella, per non trovarsi disarmato al ritorno.

Dal Fortino alla chiatta di sant’Antonio la strada scorre facile e piana in un aperto e benedetto terreno, nel quale i campi e i prati paiono orti e giardini.

Il vago spettacolo campestre, illuminato da un limpido sole, il profumo di verdura e di fiori, la quiete solenne componevano a soave mestizia il cuore di Roberto. Perfino il macchione della Vernea aveva in quell’ora qualche cosa di lieto e di ameno: pareva più fatto per servir di momentaneo nido agli amanti, che per dar ricetto ai banditi.

Arrivato alla chiatta, Roberto smontò. Michele uscì tosto dalla casupola e gli si fece incontro salutando garbatamente, ma senz’ombra di servilità o d’affettazione.

— Ecco — diss’egli, porgendo a Roberto l’orologio e il portafogli: — qui c’è quanto mi ha consegnato ieri sera.