«Il suo arresto fu operato oggi in circostanze tragiche. La Polizia aveva avuto sentore che egli, lasciato il piano, si aggirava nel Morsetto, luogo alpestre a un’oretta da Riverasco; sei carabinieri, quattro in divisa e due in borghese, furono spediti in perlustrazione. Pare che il Venturino, che si trovava realmente in un’osteriuccia, avvisato dell’arrivo dei carabinieri, si desse alla fuga. I carabinieri si posero sulle sue orme e lo scoprirono nel fondo di una piccola valle; allora un carabiniere, l’appuntato Tamietti, a gran corsa si slanciò su di lui tagliandogli la strada. Il bandito, senza scomporsi, estrasse la rivoltella e ne sparò due colpi sul bravo agente. I colpi andarono a vuoto, e mentre il carabiniere si slanciava su di lui, incespicò e cadde a terra presso il bandito. Fu fortuna che sopraggiungessero gli altri carabinieri, contro i quali il Venturino rivolse i suoi colpi, seguitando a sparare altre quattro rivoltellate. A questo punto i carabinieri, vistisi in pericolo, puntarono il Venturino alla loro volta e spararono. Il Venturino fu ferito alle braccia e al volto, e prima di darsi vinto cercò ancora di salvarsi fuggendo. Mentre fuggiva, brandendo lo stile, cadde a terra mandando urli di dolore. Fu raccolto, adagiato sopra una scala e portato all’ospedale. Qui lo ricevettero e curarono i dottori Ciaudano e Vegetti, ma subito ne presagirono la morte vicina. Una palla di vetterly gli aveva perforato il torace, entrando dalla schiena ed uscendogli dal petto. Non parlò e non volle parlare; domandava solo agli astanti che lo finissero in fretta.
«Si recarono al suo letto il giudice istruttore, il procuratore del Re, ma non fu possibile strappargli una sola parola; alle 20,30 moriva in seguito alla ferita toccata nel petto.
«Spogliatolo, gli si rinvennero indosso, negli abiti sanguinolenti, L. 7,80, un piccolo coltello, un taccuino con un nome e un grosso rosario.
«Era vestito di frustagno; intorno alla vita aveva una cintura di cuoio, da cui pendevano uno stile, un coltello e la rivoltella.
«L’arresto ha prodotto in Riverasco un’ottima impressione; la popolazione resta ora tranquillata, ed è entusiasta verso i carabinieri, i quali si meritano davvero un bravo».
Roberto passò oltre e percorse tutto il giornale; ma la lettera del corrispondente di Riverasco aveva fermata la sua fantasia: vi tornò, la rilesse e fu assalito da mille pensieri. Non aveva conosciuto il bandito, solo paventato di conoscerlo, eppure bastava perchè non potesse più considerarlo come un estraneo. Dimenticava l’ansietà, il turbamento, l’apprensione di quella tal sera, e rammentava soltanto che aveva desiderato di fare quello che avevano poi fatto i carabinieri. Bel gusto! Bel vanto! Sempre fanciullo! Sempre incorreggibilmente romantico e fanciullo!
Immaginava. — Vedeva lo sciagurato andar qua e là fuggiascamente, senza modo di vivere, ridotto alla disperazione. Lo vedeva scendere per un viottolo scosceso, in un luogo ombroso e celato, e buttarsi sull’erba molle ancor di rugiada. — Qui non sarò visto... qui potrò riposarmi, ripigliar fiato. — No! Ecco là i carabinieri! Due, quattro, sei... Egli è in piedi, pronto a vender cara una vita divenuta oramai insopportabile. Un ultimo sforzo, un tentativo disperato di fuga: e tosto grida, spari, bestemmie, polvere e fumo. Il Calabrese è in terra, ferito e vinto. Lo portano via sur una scala, una ruvida scala a piuoli (perchè, Dio santo! non procurargli un carretto, una barella?); ogni passo è un gemito, un’imprecazione, un lamento; ogni sosta una pozza di sangue.
Lo rivedeva all’ospedale, che brancicava convulsamente il lenzuolo; faceva la bava come un cane arrabbiato; implorava, con un filo di voce, il colpo di grazia...
Tutto il giorno si funestò con questi tristi pensieri; tutto il giorno lo squallido spettro passò e ripassò davanti ai suoi occhi; verso sera, preso dall’uggia, si mise in tasca il giornale e si avviò verso la chiatta.
Arrivato al torrente, travide fra gli alberi, a diritta, un non so che bianco che veniva lentamente alla volta sua. Fissò gli occhi da quella parte e distinse il chiattaiuolo scamiciato, con una vanga in spalla. Gli diede una voce. Michele si toccò il cappello, allungò il passo, e, quando fu vicino, piantò rabbiosamente la vanga in un mucchio di rena.