— Cosa c’è? — chiese Roberto. — Siete di cattivo umore?
— Eh altro! S’immagini che ho dovuto fare il becchino!
— Come mai?
— Boh, porcheria! Erano due giorni che sentivo l’aria ammorbata, e non sapevo che fosse; creda, un fetor di cadavere. Mezz’ora fa mi viene in mente di frugar sotto i barconi. Sa cos’ho trovato? Un cagnaccio morto da chi sa che tempo. L’ho sotterrato laggiù appiè d’un pioppo. Ma non è un’infamità? Ogni tanto ricevo di questi regali: cani, gatti, porci, galline, conigli... tutte le bestie che muoiono di malattia da Riverasco ad andar su su fino al Morsetto, fino a Montalto, vengono a sbarcar qui gonfie e marciose. Accidenti a chi le getta! Ci vuol tanto a fare una buca e a buttarci dentro le vostre carogne? Razza di sporcaccioni, non sapete che prima di tutto è proibito, e poi che l’acqua va rispettata?
Dibattè i pugni in aria, verso gli inquinatori lontani, si rasciugò il sudore e si chetò.
Allora Roberto gli raccontò estesamente la morte del Calabrese, non trascurando i particolari più rilevanti.
Michele stette a sentire con molta attenzione e come curioso di simili storie, poi diede una scrollata di testa e mormorò tra i denti:
— Insomma morì come visse, cioè da bestia. Tal sia di lui.
Come a conferma di quanto aveva narrato, Roberto gli porse il foglio. Il chiattaiuolo prima fece un gesto che voleva dire: — Oh che ne devo fare? — Poi lo prese, lo ripiegò con cura e lo mise nel taschino dei calzoni.
— Lo darò a mia figlia — diss’egli. — Susanna legge che è un piacere a sentirla; sa decifrare qualunque rabesco.