Galosso protestò subito calorosamente che non aveva nessuna intenzione di far ingiuria nè al signor Duc nè alla sua spettabile famiglia. E, a conferma, buttò giù due bicchieri l’un dietro l’altro.
L’oste e il maestro seguirono coraggiosamente e reiteratamente il suo esempio.
D’improvviso Tomatis balzò nel mezzo della stanza, alzò prima un ginocchio, poi l’altro, fino al mento, e tornò al suo posto dandosi una fregatina di mani.
— Cosa c’è? — chiese Galosso.
— Eh niente, niente.
— Dite su: v’ha già dato alla testa?
— No, ma non vorrei abusare, non vorrei eccedere...
— Oh oh oh! Un bevitore esercitato, un beone...
— Un beone io? Dite un ubbriacone, addirittura! No, no, sto sempre nei limiti, io. Ed è appunto per questo che... Sentite, supponiamo che questa roba così buona, invece che a bicchieri si dovesse bere a bicchierini, a bicchierini da rosolio, per esempio, e capirete che...
— Quante storie! — interruppe Galosso. — Io non mi sono mai sentito così bene.