Il buon maestro raggrinzò la fronte, torse gli occhi, battè le nocche sulla tavola, e poi ripigliò trionfante:

— Io credo che noi stiamo bevendo un liquor magico, propriamente magico; ciò che i pagani chiamavano un filtro... anzi, un elisire...

— L’Elisir di lunga vita — suggerì Baino.

— L’Elisir d’amore — disse Roberto.

— L’Elisir d’amicizia! — esclamò Tomatis, che brillava tutto. — Poichè noi siamo amici, noi. Viva l’Elisir degli amici! Peccato non averne una brenta.

— Bravo! — gridarono tutti. — Bravissimo!

— Io spero — disse Baino, commosso — che continuerete a onorarmi, a onorarmi sempre... di giorno e di notte.

— Ma sempre, ma sempre! — rispose Tomatis, levandosi in piedi. — Questo d’ora in poi sarà il luogo sacro, il tempio dell’amicizia.

— L’amicizia è una cosa veramente straordinaria — osservò Galosso.

— E divina — aggiunse Tomatis, porgendo la mano al suo intrinseco. — Dunque siamo intesi? Ci raccoglieremo sempre qui, tutti qui... Che bella cosa! Che Cavallo Grigio d’Egitto! Questa diventerà l’osteria dei Quattro amici. Quattro, sempre quattro, cioè tre più uno. Quest’uno è lei, signor Duc. L’ultimo arrivato. Ehi, ehi! ma non sarà mica il primo a partire? Non gli verrà mica lo sghiribizzo d’andarsene via? Vorrei veder questa!