— Faccia un po’ il piacere — ripigliò il segretario. — Com’è possibile che non si sia accorto... Insomma oramai l’abbiamo tutti in tasca, caro lei.
— Ma cosa? Ma chi?
— O bella! Il sindaco presente. E appena sarà andato al diavolo... Lasci fare a noi... Qui in paese tutti ricordano ancora che il suo signor padre è stato nostro consigliere per quattordici anni...
— Tredici più uno — mormorò il maestro.
— Per quattordici o quindici anni, e quindi...
— Giusto, giustissimo! — interruppe l’oste.
— E noti, signor Roberto, che dopo il consiglio sempre veniva a far colazione qui. Sedeva a questa tavola, domandava un brodo caldo, due uova al tegame, vino, frutta e formaggio. Mi pare ancora di vederlo... Povero signore! Non poteva soffrire le mosche, lui. Quando ne trovava nel piatto, non diceva verbo, faceva una smorfia e dava tutto al cane.
— Bei tempi quelli! — sospirò Tomatis. — Bei tempi! Patriottismo, aspirazioni, cose grandi e sublimi. L’indipendenza d’Italia si chiamava un sogno, eppure s’è avverata. Bei tempi.
— Tempi che non torneranno più — gemette Galosso, con le lagrime agli occhi, — mai più, mai più...
— Torneranno, torneranno — disse Baino, con la voce alterata anche lui. — Li faremo tornare noi, noi quattro. Ma bisogna tenersi uniti.