— Come la luce del sole — rispose Roberto.
— Non occorre altro — aggiunse Galosso.
— E birba chi manca! — gridò Baino, stendendo la destra.
Una delle bottiglie, urtata nel collo, cadde sulla tavola, e rotolò verso l’orlo; Galosso allungò le mani per fermarla e buttò giù anche l’altra: tutte e due scoppiarono in terra.
— Ecco — disse Roberto: — unite in vita, unite in morte!
Ma Galosso, Tomatis e Baino si guardavano in viso l’un con l’altro, pallidi e sbalorditi. In quel silenzio mortale, s’udiva russar l’ostessa, addormentata sur un panchetto in cucina. I minuti volavano. Alla fine il maestro alzò lentamente il capo, fissò gli occhi sulla parete di fronte e, senza saper più quel che si dicesse, articolò:
— Mane, Techel, Phares.
XV.
Il cielo si veniva rischiarando languidamente; la nebbietta cenerognola che ricopriva la pianura, mossa da una leggiera brezza che alitava da levante, cominciava a dileguarsi: ma il silenzio era ancor vasto, la quiete solenne.
A un tratto si sentì un colpo, poi un altro; e, dopo un breve intervallo, altri ancora, vicini, lontani, da ogni parte.