E poi voleva anche esser libero di sè; desinare, riposare, e fare una passeggiatina per il fresco fino alla chiatta.

Egli continuava ad andarvi di frequente, vale a dire quasi tutti i giorni; si poneva a sedere accanto a Michele, or sur un arginetto, ora sur un tronco rovesciato, cominciava a parlare di cose diverse e leggiere, faceva cadere il discorso sulle guerre dell’Indipendenza o sulle campagne contro i briganti, e mentre il veterano narrava, contemplava Susanna.

Era un piacere intenso e soave il vedere quella cara e forte creatura andare e venire dalla casupola all’orticello. Ella rispondeva ai suoi saluti, alle sue parole, ma però sempre un po’ alla lontana. Di tanto in tanto volgeva pure gli occhi verso di lui, e lo guardava quasi furtivamente, aggrottando le ciglia. Era compiacimento o era fastidio? Gioiva di vedersi vagheggiata o se ne adontava? Come chiarirsi?... Roberto sentiva in lei qualche cosa che non sapeva spiegare; ma che ora gli piaceva, ora lo indispettiva, e talvolta gli incuteva perfino una certa temenza. Egli l’ammirava per lo più serenamente, come avrebbe ammirato una bella pianta, un bel fiore, ma a volte soffriva nel vederla così franca, così indifferente; avrebbe voluto avere su di lei qualche autorità, qualche potere, e chiamarla, parlarle, tenerla lì non fosse che un momento... Allora, preso da un’impazienza vana e puerile, alzava subitamente la voce, accentuava le parole, ampliava o rafforzava i suoi gesti, s’ingegnava di attirare e di fermare la sua attenzione. Ma Susanna, senza pur mostrarlo, non si lasciava pigliare in nessun modo.

Egli cercava bensì di piacerle, d’entrarle in grazia, di farsela amica, ma ripeteva continuamente a sè stesso che tra loro non ci poteva nè ci doveva essere alcun legame. No, no, invaghirsi di Susanna significava rinunziare alla tranquillità, alla pace di cui godeva in quei giorni, e gettarsi deliberatamente in un pelago d’inquietudini, di delusioni, di arrabbiature, e fors’anche di rimorsi. L’idea di parlarle volgarmente d’amore, destava in lui un senso di viva e sincera ripugnanza, tanto ella pareva riguardata in tutto e di condotta irreprensibile, tanto il suo aspetto attestava il candore dell’animo, un’alta e pacata stima di sè.

— Ma! — pensava pur talora. — Chi sa? L’apparenza inganna. Può darsi benissimo che a Casaletto, a Riverasco, o altrove viva qualche bel giovinotto, padrone del suo cuore e destinato a diventare o prima o poi suo marito. E allora?... Così sia.

E invece di combattere e di respingere il dubbio, lo accoglieva; cercava, raziocinando, di mutarlo in certezza, poi concludeva: — Ecco, così sarebbe finita, e finita nel miglior modo possibile, cioè prima d’incominciare.

Quand’egli, asciugato e rivestito, discese nel salotto da pranzo, trovò sulla tavola, oltre al solito giornale, anche una lettera.

Era quel capo scarico di Renzo Lorenzati che gli chiedeva se non avesse ancor finito di piantar cavoli, e minacciava di capitargli addosso fra breve tempo, con una numerosa, bizzarra e sollazzevole compagnia.

— Già — pensò Roberto, mettendosi subito di cattivo umore, — capacissimo, lui, di arrivarsene qui con Dompè, con Di Pagno, con Domitilla e compagnia bella. Una cara improvvisata. Non ci mancherebbe altro! Non ho nessuna, nessunissima premura di rivederli e di riabbracciarli. Dunque... dunque bisogna risponder subito e in modo da tenerli lontani. Non voglio seccatori, io...

Ci pensò su durante tutto il desinare, e prima e dopo il sonno. Sdegnando ogni menzogna e ogni sotterfugio, e non avendo ragioni da mettere innanzi, decise di manifestare semplicemente e fermamente il suo vivo desiderio di essere lasciato in pace. Andò nello studio e si pose a tavolino.