— Via — disse Roberto dopo un momento, — raccontatemi un po’ meglio come andò il fatto. Ancora non mi è riuscito di raccapezzar niente.

Tomatis fece ancora due passi e mormorò:

— Se vuol sentire quello che so, eccomi pronto a dirglielo.

— Sentiamo.

— Lei sa chi è Stefano Pron?

— No davvero.

— È la guardia campestre. Dunque oggi, un po’ prima del tocco, Stefano Pron traversava il Campaccio; quand’è nel mezzo, vede a poca distanza, a piè d’un gelso, un uomo immobile, in una positura stranissima. Va più direttamente verso di lui, lo riconosce, lo chiama: — Ohe Baino! — Niente. Si accosta, lo tocca: è freddo!... La guardia e tutti quelli che hanno poi visto il cadavere argomentano così: Baino ha voluto arrampicarsi sul gelso, attaccandosi a un certo ramo che gli pendeva sulla testa; non lo potendo arrivare con le mani, ha capovolto lo schioppo e cercato di piegarlo col calcio; i cani erano alzati; un ramoscello si ficcò tra i grilletti, e boum!... Guardi, sor Roberto, la botta è entrata nella fontanella della gola ed è corsa giù fin nel basso ventre; palpando si sente il piombo raccolto, chiuso come in un sacchetto. Brrr! sudo freddo a pensarci...

Non parlarono più per un tratto, fin davanti al portone del Fortino.

— Sentite — disse Roberto, — l’osteria è chiusa; forse non sapete dove passar la serata: volete favorirmi?

Galosso e Tomatis si voltarono subito a lui con quel ringraziare che accetta, e lo seguirono nel salotto terreno.