— Chi l’avrebbe detto ieri sera? — esclamò Roberto. — Era tranquillo, era allegro... Poveri noi, cos’è mai la vita!
A quelle parole Galosso fece un viso così arcigno e increspò tanto le ciglia che le lagrime, già in pelle in pelle, sgorgarono giù per le gote.
Allora Tomatis si mise a ridere, a ridere d’un riso convulso, d’un riso a scosse che gli faceva saltellare la pancetta come fosse andato di trotto.
— Eh, eh, eh! sor Roberto, lei forse non ricorda più il patto d’amicizia, il patto solenne? Non ricorda più quello che abbiamo giurato? Se uno di noi manca ai vivi, gli altri... eccetera, eccetera. Se fossimo superstiziosi, eh? Dica un po’, se fossimo superstiziosi?...
XVI.
L’ora della messa grande a Casaletto; i cristiani sono tutti in chiesa, sulla piazza non son rimasti che i cani: tre o quattro cagnuzzi da pagliaio che balzellano e si rincorrono con la coda in aria, e un cane da caccia, di razza non troppo fine, ma dall’aspetto serio e mansueto. Questo, sdraiato nell’ombra del murettino che separa la piazza dall’orto della canonica, fissa gli occhi lucenti sulla gran porta nera che si è chiusa dietro al padrone, e rizza le orecchie ogni volta che la vede riaprirsi. Ma può ben aspettare: la messa è appena in principio, e il padrone non uscirà certo prima della fine.
Entrando, Roberto s’è fermato a destra, presso la pila dell’acqua benedetta. Susanna è in ginocchio a sinistra; il viso, per essere abbassato e la chiesa un po’ buia, è in ombra, ma i lineamenti generali e l’atteggiamento la distinguono da tutte le donne che stanno all’intorno.
Il giovane signore non volge mai il capo per quel verso, ma solo l’occhio o la coda dell’occhio: bada a non farsi scorgere dai contadini che ha ai fianchi e alle spalle, poichè la sola idea che qualcuno possa attribuirgli intenzioni men che oneste, lo muove a sdegno. Dà pure, di quando in quando, qualche occhiata obliqua ai suoi vicini, studiandosi di indovinare i loro pensieri. Alcuni guardano in aria, balordi, melensi, come se ignorassero perfino d’essere al mondo; altri parlano sommessamente dei loro affari; i più bisbigliano le preghiere che sono stati ammaestrati a recitar da bambini, colla mente alla siccità ostinata, alla moglie infermiccia, alla mucca pregna, alla zappa cui bisogna cambiare il manico. Nessuno occhieggia Susanna.
La messa fu eterna. Roberto impaziente, nervoso, uscì il primo. Tadò gli corse subito alle gambe, poi via festosamente attraverso la piazza. Ma il padrone lo richiamò, e ristette per veder passare la gente.
Uscirono prima gli uomini, poi più lentamente le donne. Susanna venne tra le ultime, ma non sola, come Roberto s’immaginava e sperava. Ella aveva a diritta una ragazza bianca, rossa e pienotta, a sinistra un giovane vestito con semplicità e con decenza. Alto di persona e largo di spalle, non aveva nel portamento e nei movimenti quella lentezza pesante che è propria delle persone avvezze alle fatiche di campagna. I contadini lo salutavano, ed egli rispondeva, ora portando la destra alla fronte, ora con un semplice chinar di testa e un sorriso. Arrivato a una casuccia piccola, ma pulita, posta quasi dirimpetto alla chiesa, aprì l’uscio e condusse dentro le donne.