— Lo dicevo io! — pensava Roberto. — C’era da aspettarsela. Siamo giusti, perchè non dovrebbe aver un... L’hanno tutte. Adesso mi spiego quel suo fare riguardoso, contegnoso... Sfido! L’amico era andato a fare il soldato. L’amico o lo sposo? Sarà tutt’uno, m’immagino. Benissimo. Evviva! Affretteremo le nozze...
Provava un’amarezza viva, profonda, affatto inattesa; avrebbe voluto andar via subito, andar lontano, e stava lì inchiodato, solo ed astratto, in mezzo ai gruppetti e ai capannelli di cui era piena la piazza.
— Salve! — disse Tomatis, sopravvenendogli alle spalle. — Cosa fa? Contempla le facce dei nostri contadini? Eh poveretti!... La campagna non mantiene quello che prometteva. La raccolta del granturco vuol essere scarsa. Quelli che speravano di ringambarsi, si troveranno invece ridotti quasi alla miseria. Ha visto? L’altra sera s’è levato un temporale che pareva il finimondo: lampi, tuoni, saette da sbalordire; a Bornengo, al Cerreto, a Vernasca l’acqua pioveva giù a bocca di barile, qui non ha neanche bagnata la polvere. Stiamo freschi... Dico freschi per modo di dire... Va già a casa? Bene; vengo un tratto anch’io.
Traversarono la piazza e s’incamminarono di buon passo per la strada maestra. Tomatis ogni poco guardava sottecchi il compagno, e non sapendo come riattaccare il discorso, aggrinzava il naso e storceva la bocca.
— Già — ripigliò poi, — tanto tempo che non piove... Son due giorni che tira vento, e ci si acceca dal polverone... Eppure, per star bene, io ho bisogno di camminare, di stancarmi. E Galosso non vuol più saperne d’andare a spasso: girare il paese par che gli soffochi il petto, la veduta della campagna lo rattrista per un altro riguardo... È proprio così; senza che se ne sappia la ragione, s’è appartato da tutti... Cosa crede, lei?
Roberto si strinse nelle spalle.
— Non se n’è ancora accorto? — chiese il maestro. — Ebbene se ne accorgerà. Un po’ falotico, un po’ fantastico lo è sempre stato, quel buon Galosso, ma ora passa i limiti. Senta questo. Giovedì scorso gli stetti tanto alle costole, che alla fine lo indussi a venir con me alla fiera di Riverasco. Eravamo appena arrivati, che già voleva tornar via. Una fiera è una fiera, si sa: bestiami, granaglie, mercerie, strumenti agrari, tavole apparecchiate, giuocatori di bussolotti, cavadenti, saltimbanchi... Galosso cominciò subito a lagnarsi del frastuono, del via vai, delle gomitate, delle pestature di piedi. Io ridevo. Ecco che sulla piazza del duomo incontriamo il mio collega Tortalla, il quale ci dice: — Venite, venite, qui a mancina c’è un ciarlatano che ha un cane proprio straordinario. — Infatti la gente faceva cerchio e guardava a bocca aperta. In quel momento il ciarlatano annunziava al pubblico che il suo barbone, oltre al ballar la monferina, al far capriole e giuochi d’ogni maniera, conosceva anche tutte le carte da tarocchi. Mentre parlava, gesticolava, faceva lazzi e alzava per aria il mazzo, già bell’e pronto... Che è che non è, questo gli scappa di mano, si sparpaglia in terra, e una carta, una sola, vola diritto sui piedi a Galosso. Galosso si china e la raccatta. Era la Morte! Creda, due occhi simili non li ho mai visti; in un mezzo secondo è diventato di mille colori. L’ho preso a braccetto subito e l’ho trascinato via: temevo afferrasse per il collo il ciarlatano, e... Poveraccio, come se l’avesse fatto apposta! Non m’ero mai accorto che Galosso credesse nè al buono nè al cattivo augurio. Per istrada mi domandava se sapevo chi avesse inventato i tarocchi, perchè tra le figure ci fosse anche la Morte, perchè questa avesse in mano una falce fienaia, e tante e tante altre cose: sicchè mi pareva proprio di aver con me uno dei miei scolaretti... Mah! Non c’è dubbio, la fine di Baino gli ha fatto una grande impressione. Può darsi che pensi anche un po’ troppo a quel certo patto, a quel certo accordo fatto tra noi... Santo cielo! non so come si fa a prender sul serio quelle scioccherie... Sì, sì, scioccherie, fanciullaggini, asinate, cose senza costrutto e che non valgono niente... perchè se valessero, non si farebbero. Non è vero?
Roberto fece col capo un atto che significava grandissima affermazione, ma aveva il pensiero rivolto a tutt’altra cosa.
XVII.
Mancava un’ora al tramonto; Roberto staccò dalla parete il suo schioppo, prese il cappello, uscì di camera. Tadò, che sonnecchiava sotto un tavolino, si slanciò avanti, tempestò giù per la scala, corse latrando per tutto il cortile; ma poi, quando vide che il padrone s’avviava a gran passi verso la Baraschia, tornò indietro mogio mogio e andò ad accucciarsi a piè del pagliaio. L’esperienza è maestra anche dei cani: quando il padrone si metteva per quella strada, ogni speranza di cacciare era perduta.