Roberto non andò fino alla chiatta; giunto al macchione della Vernea, vi entrò, e si sdraiò sull’erba.

Gli pareva d’aver la mente tutta ingombra di pensieri arruffati e confusi, ma quando si provava, per dir così, a strigarli, non ne trovava più che uno solo, indicibilmente grave e molesto: Susanna amava ed era riamata.

L’immagine di lei gli si presentava a ogni momento: la vedeva prima in chiesa, nel suo atteggiamento umile, fermo, sereno; poi tosto fuori, avvenente, attraente, col giovane a fianco, che le parlava e le sorrideva. Aveva un bel scuotere il capo, un bel fregarsi la fronte, la visione durava, si prolungava, e non svaniva che per rinnovarsi. Egli ripeteva tra sè, con insistenza infaticabile, sempre le stesse parole: — Perchè non dovrebbe avere un innamorato? L’hanno tutte! Alla fin dei conti è in età da marito...

Con quella certa malafede che spesso usa l’uomo con sè medesimo, quando è tribolato da un dubbio importuno, voleva pure indursi a credere ciò che nel fondo del suo cuore non credeva già più: cioè che Susanna era libera, non dava retta affatto al nuovo arrivato, e tutto quello ch’egli scorgeva in questa faccenda non era che apparenza e fantasia.

E mentre appunto durava la fatica d’ingannare sè stesso, sentiva farsi più vivo e più acuto il desiderio di chiarirsi senza indugio.

— Eh già, bisogna che io sappia, bisogna ch’io m’informi... Sì, ma come? E da chi? Devo parlare direttamente a Susanna? Devo rivolgermi al padre? Tutti e due possono dirmi in faccia: — Scusi tanto, ma come c’entra lei? Lei non ha nessun diritto di occuparsi dei fatti nostri. — E supponiamo che non ci sia niente di vero, che la cosa non sia come la immagino, che direi poi per giustificare il mio intervento? Ecco: — Io non ho nessuna, nessunissima intenzione di prender moglie, e mi piacerebbe che anche Susanna non pensasse a prendere marito. — Che bella risposta sarebbe mai questa, e garbata, e generosa! Ragioniamo: credo di abbassarmi, di rendermi ridicolo cedendo a questo impulso? E allora perchè non me ne vado subito, mentre sono ancor in tempo? Il cuore invece mi consiglia di... di fare il contrario? E allora... Adagio. Ho amato non so quante donne, e non ho mai provato il bisogno di sposarne nessuna. È vero però che, o non erano libere o non erano degne. Dunque... dunque niente; non c’è conclusione. Oh è un gran destino che alla mia età... La mia età? Eh via, non sono più uno sbarbatello, ecco tutto. Del resto non mi sono mai sentito così bene. Il mio mal essere è tutto morale. Soffro, è vero, ma non farei il minimo sforzo per sottrarmi al tormento. Gli è come se fossi seduto troppo vicino a un gran fuoco: non mi riscaldo, abbrucio, ma non mi risolvo a tirar indietro la seggiola.

Trovata quest’arguta similitudine, si alzò, fece alcuni passi e si fermò di nuovo. Doveva andar fino alla chiatta? Doveva tornarsene a casa? E pensando che da un piccolo atto possono derivare grandi conseguenze, stava lì con gli occhi a terra, dubbioso e perplesso. A un tratto cominciò a sentire come un mormorìo di voci, ma era così debole, che gli pareva e non gli pareva; intorno intorno non vedeva che frasche; si avanzò, separandole con le mani e con le braccia, finchè scorse la strada.

Susanna era là, a una cinquantina di passi, che discorreva col bel compagno di quella mattina.

— Ancora insieme! — pensò Roberto, mordendosi il labbro. — Dunque non si sono più lasciati? Dove possono aver passate tutte queste ore? Eh diamine! nella casa dove li ho visti entrare. Questo è grave. E adesso cosa fanno? Perchè quel bel mobile non l’accompagna fino alla chiatta? Per non essere veduto dal padre? Dunque c’è un intrigo...

Guardando minutamente il giovane, vedeva che non solo la condizione, ma anche l’età e le forme lo avvicinavano maravigliosamente a Susanna: sì, parevano proprio fatti l’uno per l’altra; questa considerazione gli empiva l’animo di cruccio, di gelosia, e lo spingeva a mostrarsi per troncare in qualche modo il colloquio.