E quanto più pensava, tanto più scorgeva che non era facile trovar la risposta. La conoscenza del cuore femminino che aveva, o credeva di avere acquistata in città, non gli serviva più a nulla in campagna. Diceva pure:

— Di chi mi potrei dolere se non di me stesso? S’io mi fossi condotto come dovevo, e non come uno studentello qualunque, ora non sarei nell’incertezza. E che incertezza!... C’è un’attenuante però: non ho ancora dedicato dei versi a «colei che mi invaghì;» ma chi mi garantisce che non ne dedicherò in avvenire? Oh insomma bisogna ch’io trovi una via per uscire da questo laberinto. Bisogna assolutamente ch’io la trovi...

Ed era andato a letto concludendo:

— Chi sa che la notte non mi porti consiglio!

La notte gli aveva portato il solito, il vieto consiglio di partire.

— Ecco! Me ne vo e la fo finita. Prendo il treno delle dieci e cinquantatre; appena a Torino vado a trovare gli amici; passo con loro il resto della giornata, la sera, la notte... cercando naturalmente di svagarmi, di divertirmi. Gente allegra Iddio l’aiuta. Le cose prendono una buona piega? Spedisco un telegramma a Giuseppe che faccia i bauli e venga in città. Non posso aver pace? Non trovo la forza di svincolarmi da questa stretta indiavolata? E allora... Niente! Adesso è inutile che io mi stilli il cervello.

Il servitore venne ad avvertire che il calessino era pronto.

— Lodato Dio! — esclamò il padrone. — Su, va a pigliar la valigia...

— La valigia?!

— Sì, la valigia, la mia valigetta. La troverai in camera, sul letto o sul sofà... Fa presto!