E toccò il cavallo. Il legnetto seguitò, ma sempre adagio e non senza qualche altra fermata più o meno lunga. Roberto tornava a riflettere alle conseguenze di ciò che stava per fare, ma gl’incagli materiali da cui era attorniato, ora rallentavano, ora interrompevano addirittura il corso delle sue riflessioni.

Attraversato il mercato delle uova e degli erbaggi, prima di cacciarsi tra il bestiame grosso e minuto, consegnò le redini al servitore e saltò a terra.

— Tira avanti come puoi — diss’egli, — io mi fermo un momentino al Caffè Piemonte.

— Devo andare alla Corona Grossa? — chiese Giuseppe. — Devo staccare?

— Niente, niente: mi aspetterai alla stazione.

— Alla stazione? Ma vuol proprio partire? Non arriverà in tempo, sa. Abbiamo fatto tardi, molto tardi.

Roberto non rispose, attraversò obliquamente la strada, entrò nel caffè e si mise a sedere vicino all’uscio.

Un vecchio con una papalina bisunta in capo, vestito d’una giubba verdiccia non fatta al suo dosso, posò sul tavolino un vassoio, poi versò nella chicchera, sbreccata e punteggiata di nero, una certa broda, che al colore e all’odore ricordava lontanamente la cioccolata.

Il luogo era pieno di donne, di mosche e di fumo. Due contadine, sedute a un tavolino in faccia a quello occupato da Roberto, ora annusavano la bevanda che avevano pronta davanti, or brancicavano le paste per vedere quali fossero le più fresche e da scegliere: negli atti della bocca, degli occhi, delle mani, parevano veramente due sconcie ed ingorde bertuccie.

Il giovane signore, stomacato, pagò e si alzò senza assaggiare nulla. Prima d’uscire, diede per caso un’occhiata a un antico orologio da muro, ritto accanto al banco: erano le dieci e cinquanta!