— Ahi quanto tu sei villano cavaliere! Per mia buona fè, io saprò tuo nome piacciati o non piaccia. Or qui fa mestieri di mostrare tua oltramaravigliosa prodezza. Qui va ardire contro ardire, forza contro a forza, ferro contro a ferro. Non sia più parole in fra noi: prendi del campo, ch’io ti appello alla battaglia.

Allora il cavaliere, intendendo ciò che voleva dire, cominciò alquanto a sorridere, e imbracciò lo scudo e impugnò la lancia.

E tantosto, l’uno si dilungò dall’altro quanto può gettare un arco; poi abbassarono le lance e si vennero incontro. Nello scontrarsi si diedero due grandissimi colpi, che le aste volarono in pezzi, e quasi si spezzarono anche gli scudi; ma niente li mutò d’arcione e rimasero più fermi che due torri bene fondate. Fornito il corso, misero mano ai loro taglienti brandi. Lo straniero, ch’era di molta lena e finissimo schermidore, cominciò a fare certi atti maestri, come chi a battaglia dimostra suo sapere e valore, menando colpi a destra e a sinistra, e mandritti e manrovesci: avvolgendo Pagano così che l’elmo gli risonava in testa, l’armadura gli si affalsava indosso, le carni si facevano livide, tinte di sangue e di sudor sanguigno.

La dama, vedendo quel combattimento tanto forte e tanto pericoloso, non si sbigottì niente, e solo si ritrasse alquanto indietro. E stavano a vedere anche gli uomini di Pagano e quei dello straniero.

Pagano veniva gridando:

— Cavaliere, guardati da me! Sire san Vittore e san Costanzo e san Ponzio, soccorrete, soccorrete! Datemi aiuto e consiglio!

Avvenne che anche il cavaliere gridò:

Aur! aur!

Al grido i suoi risposero:

Or a jaus! or a jaus!