Clara. E la campana.

Cav. E la campana alla disperata. Dieci minuti dopo, arrivavo col Bianco, di trotto serrato, sulla piazza di Toralta. Da una parte, davanti alla chiesa, i contadini ronzavano come uno sciame di calabroni infuriati; dall’altra, i francesi se la godevano guardando ad avvampar due casupole. E le fiamme, amica mia, cominciavano a lambirne una terza, spinte in giù da una tramontana indiavolata. O muoverci subito, eh? o rassegnarci a vederle divorar tutto il villaggio. I francesi erano pochi, ma armati, disciplinati, soldati insomma; i contadini più numerosi, ma santo Dio!... E li avevo tutti intorno con le braccia in aria, che mi scongiuravano di far qualche cosa per loro... Bene: io ho messo innanzi gli schioppi, le pistole, i tromboni; dietro le falci, i tridenti, i bastoni, poi dissi loro: — Addosso, ragazzi, e fate quel che potete. — E si andò bene, o almeno non male. I miei cani da pagliaio si avventarono come leoni, e sebbene i soldati si portassero anch’essi ottimamente, si finì col ributtarli fuor del villaggio.

Clara. Dove sono?

Cav. I francesi? Oh, li credo ancor nei dintorni. I contadini sono venuti con me a Priasco: là, col Rifreddo davanti e col Paludaccio alle spalle...

Clara (guardandolo in faccia). Vi siete esposto, eh?

Cav. (sorridendo). Peuh!

Clara (seria). No, ditemi tutto. Eravate innanzi, alla testa; vi vedo. I repubblicani vi potrebbero riconoscere?... E se vi cercassero?

Cav. Io farei in modo di non lasciarmi trovare.

Clara. Cugino...

Cav. (affettuoso). Vi ringrazio coll’anima, ma vi prego di non inquietarvi. Basta guadagnar tempo, non occorre più altro oramai. Gli uni si ritirano e gli altri si avanzano. Allegra cugina, che presto vedremo i cosacchi!