Cacciatori e famigli, contadini e contadine.

Le falde d’un poggio coronato di mura merlate, sopra cui si mostrano comignoli, rocche di camini, alte torri imbertescate. Al basso il terreno è incolto, ineguale, sparso d’alberi, d’arbusti e di pruni, indizio di bosco vicino. È un mattino sul finire di maggio; apparisce l’aurora, e lo splendore cresce al crescere del giorno.

(Giannucolo è sdraiato sull’erba a sinistra: ha la testa nuda, un farsetto rappezzato, calze intere allacciate al farsetto e fornite di suole sotto le piante dei piedi. — Entrano Masetto e Gabriotto dalla destra: portano cappelli gualciti, camiciotti biancastri e brache strette: tutti e due sono muniti di falci fienaie. Vengono dietro Pinuccia e Minghina con le cottardite alzate e fermate ai fianchi: l’una ha un rastrello, l’altra un forchetto).

Masetto (indicando Giannucolo). Oh guarda chi vedo!

Gabriotto. Domine fallo tristo: dormire a quest’ora! In tempo di fienagione!

Minghina. Ohimè! Egli ha passato la notte a ciel sereno.

Pinuccia. È un gran dorminterra! Un gran dorminterra!

Masetto. E quando non dorme, va poltroneggiando ch’è una vergogna.

Minghina. La colpa non è sua, se è divenuto balordo: l’hanno stregato.