— Oramai è finita, non si torna addietro. Che serve disperarsi? Ma io abbandono le vanità del mondo proprio mentre cominciavo ad assaporarle: fate almeno che la funzione funebre sia perfetta... Desidero... aspettate... Ah! un guanciale di seta color rosa. È un desiderio perdonabile, non è vero? Ricordatevi che l’essere e il parere bella fu il gran pensiero della mia vita. Abbiate cura che il mio velo sia amplissimo... Troverete in quel guancialino gli spilli d’argento per appuntarlo con grazia... Mi farete con le treccie una corona come quella che porta la signorina Paoletti... Ma vorrei aver la fronte un po’ più scoperta; mi starà meglio. — Venne il prete. Ella fece santamente le sue devozioni, e poi stette tutta raccolta come se pregasse. Poco dopo si rivolse alla zia: — Pensa che col velo tornerà bene la veste di mussolina che il babbo ha fatto venir da Parigi... — Uno sfinimento le impedì di continuare. Quando si risentì si dolse di non sapere a quali scarpini dare la preferenza. Madama Cordara le suggerì quelli di raso bianco che aveva al ballo di casa Prèville. Sì, quelli calzavan bene, ma erano troppo attilati, la molestava il pensiero di tenerli per tutta l’eternità. Insomma si rimetteva in lei. Si ricordasse che voleva sembrare addormentata; non dimenticasse che aveva sempre amato i lori... Le parole le morivano in bocca, le si annebbiava la vista, e tanto aveva ancora quel suo sorriso! Abbracciò, come potè, il babbo e la mamma...
Giacomo s’interruppe di nuovo, che gli venne da piangere, e voltò il capo dall’altra parte. Andò poi pianamente all’uscio del ragnatelo, aprì e disse:
— La sua camera è ancora intatta. Venga a vedere.
Provai entrando in quel luogo come un tumulto di sentimenti indefinibili: curiosità e tema rispettosa, ansietà mista di commozione, tristezza prossima a ribrezzo.
Vidi una cameretta tutta color dell’innocenza, mobiliata con molto gusto; c’era un letto gentile col cortinaggio chiuso, un’elegante toelette con padiglione e pedana, un cassettone di noce intagliato... Sopra il cassettone stava un ritratto a matita, due mazzi di fiori finti dentro ai loro vasi, un guancialino di spilli, una coppa di porcellana della più graziosa fattura.
— Ecco, — susurrò Giacomo, indicando il ritratto: — hanno voluto far lei, la mia padroncina. Le somiglia nel capelli, ma le fattezze non son proprio quelle. Basta, io non me n’intendo. Ci sono sotto delle parole scritte da sua madre.
Mi accostai e lessi i notissimi versi:
«Elle était de ce monde où les plus belles choses
Ont le pire destin:
Et, Rose, elle a vécu ce que vivent les roses,