Così, tra dubbi e scrupoli ed esigenze eccessive verso sè stesso, Edoardo scriveva con infinita pena e si logorava fuor di misura. Non se ne accorgono i lettori de’ suoi libri; se ne accorgevano bene gli amici, che vedevano peggiorare con tante ostinate fatiche la salute malferma dell’artista, già estremamente sensibile di complessione, e negli ultimi tempi tormentato da’ disturbi della circolazione, fatali annunziatori, che egli credeva segni di nevrastenia. Cercava ristoro nello stare all’aria aperta e nel lavoro manuale, beneficio inestimabile, privilegio che ogni studioso gli invidiava, perchè non disforme dai soggetti del suo studio nè dai modi dell’arte sua. Dal padre, credo, e da una pratica non mai abbandonata, teneva una singolare abilità febbrile in restaurare mobili ed armi, anticaglie di cui a poco a poco s’era adorna tutta la casa, dove non è forse uno stipo, una cornice, un oggetto da tavola o da ornamento che non abbia avuto il compimento della sua bellezza attuale dalle mani del padrone. Sapeva scovare nelle botteghe degli antiquari e fin nelle case dei rustici le cose trascurate che il suo lavoro rifaceva mirabili. Pochi anni addietro vide per caso nella fucina di un fabbro un fascio di piastre di ferro informi: le considerò, le comprò, ne cavò un bellissimo arnese di guerra, l’armatura completa di un ufficiale francese del Cinquecento. Trattava da maestro i legni e i metalli, che trovava men duri della parola scritta. E aveva il buon gusto delle cose materiali, come aveva il buon gusto morale, ancor più difficile a trovarsi. Nelle sue stanze di Torino e di Murello è gran semplicità, ma non vi è cosa che sia brutta o volgare.

Negli ultimi tempi le sofferenze sempre più frequenti lo avevano reso un po’ selvatico: di rado usciva, nelle parti centrali della città non andava quasi più. Tardi, troppo tardi, aveva avuto compiacenze tanto più grandi quanto men cercate. Juliette era piaciuta molto. In tutta Italia, i critici più riputati si occupavano finalmente di lui, tutti con lode, qualcuno con ammirazione profonda. Mentre attendeva alla seconda edizione della Bufera, che non fu ristampa, ma risoluto e delicato rifacimento dell’opera intera, fatica indicibile di un anno e mezzo, senza una giornata di tregua, si confortava leggendo gli articoli de’ suoi lodatori non richiesti nè conosciuti, e le testimonianze del favore che le cose sue acquistavano in Francia, dove si prendevano a tradurre e a pubblicare nelle riviste in voga. Non aveva mai scritto nè detto parola per attirare l’attenzione altrui: tanto più grati gli giungevano gli omaggi inattesi. Quando il Croce spontaneamente gli scrisse chiedendogli i libri suoi che non trovava a Napoli, Edoardo non glieli voleva mandare, per non mostrar di aspettarsi alcun che dall’autorevole scrittore della Critica. Bisognò sforzarlo, persuaderlo che il Croce avrebbe saputo ben comprendere l’animo suo discretissimo, come seppe infatti. Era troppo riguardoso, troppo signore, per questo nostro mondo della réclame, del bluff e del boum, fiorenti industrie. Così era schivo di cariche e uffici pubblici: l’idea di un impiego, per quanto nobile, gli era assolutamente inaccettabile e nemica. Nemmeno la successione onorifica di Vittorio Avondo nella direzione del Civico Museo di Torino avrebbe accettata, nemmeno se avesse goduto di miglior salute. Tanto ritroso senso d’indipendenza era il riscontro legittimo della sua discrezione verso la gente e l’autorità, a cui nulla aveva mai chiesto.

Visse e lavorò libero, supremo bene, e non si lagnò della vita perchè seppe accettarne virilmente i travagli, senza la ridicola pretesa della felicità. Morì, per sua ventura, fuor di coscienza, dopo mezza giornata di patimenti seguìti da un sonno senza risveglio. Otto giorni prima la signora Calandra gli aveva fatto vedere il suo anello nuziale che, perduta la saldatura, appariva spezzato. Edoardo, che pur non era superstizioso, le disse: — Sono io che me ne vado... — Ci aveva pensato sempre, massime negli ultimi tempi, senza alcun tremore. I suoi sapevano bene ch’egli voleva essere seppellito in una umile bara, nell’umile terra di Murello, fra le zolle e le piante che gli pareva di conoscere ad una ad una, non da quando era nato, ma da tutta l’antichità de’ suoi padri, ai quali spiritualmente si ricongiungeva.

Di quella terra fu il poeta, di quell’antichità l’evocatore. Il suo amoroso tributo al vecchio Piemonte assume nell’arte valore nazionale, e a lui assicura onorato luogo fra gli scrittori moderni. Nella letteratura del nostro paese onusto di tanto passato, superstite di molte vite, le forme miste di storia e d’invenzione, l’arte nudrita di memorie, son cose naturali e necessarie. Da noi non è possibile dimenticare, e vivere solo del presente. Scrittore veramente italiano è chi, come Edoardo Calandra, illustra con l’arte sua la continuità vitale dello spirito patrio, e lascia libri in cui a questa sola legge obbedisce il franco e disinteressato ingegno.

(Nuova Antologia, gennaio 1912).

Dino Mantovani.

LA STRANIERA (Novella).

a Ugo Ojetti.

Nella vera storia si legge che il contado di Auriate, o sia Auretite, si estendeva per quella dilettosa parte del Piemonte che sta fra la Stura, le Alpi e il Po.

Al tempo di Adalaida, famosissima contessa, duchessa, e marchesana delle Alpi Cozie, era viceconte di Auriate dominus Pagano, detto lo Casto. Questo Pagano fu nobilissimo signore, vir magnificus: ed è opinione per alcun maestro delle più antiche e strane leggende, che somigliasse alcun poco a Guglielmo, duca di Normandia, quale è ritratto nel roman du Rou: