Casimiro brillò di gioia, ma non si mosse.

— Bene — diss’egli, — vi prendo in parola. Ma dovreste fare qualche cosa di più.

— Che posso fare?

— Aprire il cancello.

— Non c’è cancello.

— Mi permettete di scavalcare la siepe?

— No!... Sì, scavalcatela pure.

***

Un venticello d’autunno, foriero di pioggia, staccava dai pioppi del rio le foglie appassite e le portava a cadere nell’aia, spianata e spazzata di fresco. Sotto la tettoia, sgombra e sbrattata, stava la tavola, apparecchiata per il banchetto nuziale fin dal mattino: tovaglia e tovagliuoli bianchi di bucato, posate lucenti, fiori, frutta, e un gran pan di Spagna proveniente da Asti, dalla rinomata bottega del pasticciere Pavia.

Anche la cuoca veniva da Asti: era stata magnanimamente concessa dall’oste del Moro, parente alla lontana di Casimiro Celotto. In quell’ora solenne, ella armeggiava febbrilmente intorno al focolare della stanza terrena, sudicia e nera come una blatta, brontolando, taroccando e tirando scapaccioni al ragazzetto che faceva da sguattero.