Tutt’a un tratto, si sentì lo scoppio di parecchie castagnole. Poi un chiasso di voci festose. Due bambine, che stavano alle vedette nel mezzo della strada, strillarono insieme:

— Eccoli! Eccoli!

Il corteo tornava di chiesa.

Dopo qualche momento, Casimiro e Maddalena entrarono a braccetto nell’aia, seguiti dai testimoni, dai parenti, da alcuni amici. Uno di questi, che veniva ultimo, si voltò indietro, gettò in aria due manciate di mandorle alla perlina; e approfittò della mischia consecutiva, per chiuder fuori la ragazzaglia sfacciata e importuna.

Di lì a poco tempo il pranzo fu all’ordine. Giovanni Bongiovanni, zio materno di Casimiro, mise a tavola gli sposi, con le due madri: Marta Arò e Luisa Celotto: poi si pose a sedere di faccia, tra Rosalia Fiore e Lucia la sorda. Tutti gli altri, uomini e donne, presero i posti che trovarono vuoti.

Sparito l’antipasto, le dimostrazioni di gioia diventarono numerose. Gli uomini battevano i pugni sulla tavola, facendo balzellare stoviglie e bicchieri: prorompevano in esclamazioni spropositate; rivolgevano alle donne domande equivoche e gagliarde, motti salati, ma salati bene, che facevano sogghignare le vecchie e sgranar tanto d’occhi alle giovani.

Un cagnuzzo affamato, che ronzava d’intorno, cacciandosi tra i piedi di questo e di quello per leccare o abboccare una cosa caduta, saltò bruscamente in mezzo all’aia, e cominciò a mandar fuori una voce che bucava gli orecchi.

— Che diavolo c’è? — To’, to’, è l’ora di abbaiare alla luna? — Vuol gridar: viva gli sposi! anche lui. — Basta, fatelo tacere. — Passa via, brutta bestia! — Alla cuccia, alla cuccia! — Dàgli, dàgli!...

Ma il cane rabbuffava il pelo, raddoppiava gli urli, s’inveleniva sempre più come contro un nemico ancora invisibile. Poi, quando si sentì picchiar forte alla porta, sgattaiolò sotto la tavola, guaendo guaendo, quasi lo avessero percosso.

Il ragazzo, che serviva, andò ad aprire.