Ora avvenne una notte che, dormendo, gli parve in sogno di essere in un nobile e ricco palagio, anzi in una sala tutta dipinta e storiata. A un punto si faceva là dentro una grande oscurità, una grande contesa, con colpi di spade e saettamento; poi subito uno splendore ch’era a vedere come un regno celeste. Ed ecco per la sala venire una donzella, che portava il viso velato, ma molto bella di suo corpo; addobbata di drappi tutti chiari, lucenti e trasparenti; con una corona d’oro e di pietre preziose che più valeva che tre ricche castella, e una cintura e due guanti che valevano bene una ricca città. La donzella si metteva con lui in soave parlamento d’amore; lo prendeva per la mano e lo faceva sedere in una sedia reale e trionfale di bello avorio e di puro cristallo; lo incoronava soavemente di quel suo reame. E la sala si empiva di duchi, conti, marchesi, baroni, principi, varvassori e varvassini, tutta gente di grande nominanza, che mostrava grandissima allegrezza.
Venuto il mattino e aperti gli occhi, egli cominciò a guardare per la camera; e, non vedendo che il suo letto, un deschetto e il forziere, stette un poco crucciato e malinconioso. Poi si levò e si fece alla finestretta. Essendo l’alba chiara e appressandosi la bella stagione e il bel mese di maggio, gli uccelli andavano cantando per la verzura. Allora, senz’altra dimoranza, uscì dalla camera di sopra, discese nella stanza di sotto, dove erano le pertiche delle armadure e i fornimenti da cavaliere. Mise la sua broigne, tutta coperta d’anelli di ferro fortemente cuciti; si allacciò l’helme a nasale, si cinse le branc: e così armato e fervestu, uscì dalla stanza, andò giù per la scaletta, e passò il ponticello. Quivi montò sul destriere forbito ed acconciato; si fece dare il forte scudo e la lancia del pennoncello verdazzurro. Ed essendo tutti gli uomini armati ed assembrati, volle con sè Olivenco scudiero, Glabrione, Manfredone, Durcogno, Quosa e Mascher. Lasciò nella rocca Grisagonnella e i famigliari di cui si poteva ben fidare, raccomandando di fare buona guardia. E poi uscì dalla apertura e prese la scesa.
E andando con la sua compagnia, arrivò a uno sbocco della valle, e lì ritenne il destriere, guardando d’intorno, come fa chi non sa da che parte gli convenga rivolgersi. E a quel punto gli si parò innanzi una donna scapigliata, e molto rea di sua persona.
Il signore disse:
— Masca, in qual parte troverò io la buona ventura?
E la strega rispose:
— Tenete a mano destra, e troverete la più alta ventura del mondo.
Pagano di tali parole fu assai allegro, e le gettò un marabutino d’oro.
E appresso, volendo a man destra tenere alla speranza di Dio, si mise coi suoi per un sentiero tortuoso, e in poco tempo pervenne in un bel piano dove erano due vie: l’una moriva nei campi; l’altra, più battuta e antica, aveva nome strata magna communis, e, passando per la valle donde scende la Stura, riusciva in Provenza. In quel piano era una bellissima fonte d’acqua chiara e un rio d’acqua viva, e torno torno molta erba verde e grande. Sentendo un soave venticello venire, Pagano dismontò, appoggiò sua lancia a un pioppo, e diede il destriere a Olivenco perchè lo abbeverasse. Anche gli uomini posero giù lor lanciotti e lor targhe, e si misero a sedere. E mentre ciascuno stava cheto, udirono a un tratto un gran calpestìo. Per la qual cosa rizzatisi in piedi, videro venire per la strata magna un polverone sollevato da gente in cammino; e il sole alto or sì or no feriva sopra l’armi e facevale tutte lustrare e rispondere, sicchè era bella cosa a vedere.
Pagano disse: