— Va, figliuol mio, e che il Signore sia con te in codesto viaggio, in guerra, e sempre.
Padre e madre si misero tosto ad apparecchiare ogni cosa per la partenza del garzoncello. L’uno gli raccomandava l’obbedienza al capitano; l’altra diceva, lacrimando:
— Mi rincresce di vederti partire, ma se è per tuo bene, non voglio guastare quello che fa Iddio. Ch’Egli ti accompagni e ti faccia tornar sano e salvo. Se piango, se dico tutte queste cose, è perchè sono donna. Pensa: da questa sera in poi non ceniamo più insieme, chi sa per quanto tempo! Va, va; tu puoi pensare a me anche da lontano. Benchè separati da tanto paese, noi saremo sempre uniti col pensiero. E quando ritornerai?
— Non lo so; ma ho speranza di tornar presto — rispondeva Cecco ad occhi asciutti, ma col viso convulso di chi ricaccia dentro l’anima un sentimento naturale, pronto a manifestarsi.
— Ricordati di me. Io mi figurerò d’averti meco. Avrò la compagnia di tuo padre. Va e ritorna. Appena sarai stanco di correr dietro alla boria... alla gloria dell’armi, torna nelle braccia della tua vecchia mamma. Se me li serrerai tu gli occhi, morirò più contenta.
Quando si diedero l’ultimo addio, quando s’abbracciarono senza poter più articolare una parola, anche il venturiero, che pure continuava a tempestare: — Lesti, lesti, che ho fretta! — si sentì gonfiare gli occhi, che forse dall’infanzia più non conoscevano le lacrime, ed ebbe quasi rimorso d’essere cagione di tanto spasimo a quella povera gente.
Cammina, cammina; ben presto Cecco non scorse più la casupola, neanche volgendosi da lontano; allora il pianto proruppe; pianse i suoi genitori, la sua mucca, la pastura, il torrentello. Un lungo sfogo di pianto, poi non ci pensò più. Passò con rapida fortuna per tutti i gradi della milizia. Venne un giorno in cui anche lui s’armò di nitido ferro battuto a freddo, inforcò un cavallo grande e possente, brandì imperiosamente il bastone di comando; prese un nome di guerra e portò titolo di conte; fra stipendi, feudi, possessioni, una cosa e un’altra ebbe un’entrata di quarantamila fiorini; salì a militari onori ben alto, ben alto...
Il conte Carmagnola fu accusato, torturato con corda e fuoco, e decapitato a Venezia nel giorno 5 di maggio del 1432.