Era mediocremente dipinto, ma ben disegnato, in linguaggio accademico: una bella testa di espressione.

I capelli tirati sulla fronte ed i pizzi corti che inquadravano le guancie, interamente bianchi, contrastavano in modo singolare coi lineamenti d’un viso giovane ancora. Le fattezze tutte del volto erano pure, regolari, delicate e l’assenza completa di pelo alle labbra ed al mento comunicava loro una apparenza alquanto femminile.

Nei suoi occhi traspariva poi un sentimento di così profonda mestizia, che vi fermava lo sguardo, v’obbligava a pensarvi, v’interessava per modo che avreste voluto aver lui vivo d’innanzi, saperne i casi, la vita, ricevere le sue confidenze.

Incominciai a spogliarmi per pormi a letto.

Avendo l’abitudine di leggere prima di prender sonno, tolsi alla biblioteca, appesa accanto al caminetto, alcuni piccoli volumi, tutti insieme così per vederne i titoli.

Fatta la mia scelta volli riporre a luogo gli altri, ma pel vano aperto mi apparve al di dietro, dove avrebbe potuto essere una seconda serie di libri, una scatola rettangolare, che liberata e spolverata, venne in luce sotto la forma d’un vecchio cofanetto in lacca del Giappone.

Inutile dire che pensai subito ad aprirlo, vi sentivo ballar dentro degli oggetti, che dalla varietà dello strepito, giudicavo di diversa natura.

La chiave mancava, non la trovai nel vano lasciato nella biblioteca nè fra i libri rimasti.

Provai tutte quelle che aveva nel taschino; non entravano nella toppa o giravano a vuoto.

Non potendolo aprire in via naturale, non volendo ricorrere alla violenza, posai il mobiletto sull’ottomana e seguitai a spogliarmi non senza volger lo sguardo di tanto in tanto, a quel bucolino scuro della serratura che, col suo piccolo punto brillante nel centro, pareva un occhio piccino piccino che mi guardasse insistente per eccitare la mia curiosità.