Aveva, mi pare, le ciglia un po’ serrate, l’insistenza di quell’individuo quasi nascosto in un angolo scuro, a divorarla cogli occhi, le dovette parere una bella e buona indiscrezione.

Ma Dio mio! non mi saziavo di guardarla.

Era così bella in quella douillette dall’orlo di pelliccia, vista così di profilo, mentre batteva col piede leggermente il pavimento... aspettando che colui,... il marito, avesse finito coi bagagli.

Non m’ero ancor riavuto dalla sorpresa di riconoscerla, ero ancora intento a confermar la scoperta, che già sentivo nel cervello brulicare migliaia di ricordi. Scappavano fuori dagli angoli in cui erano sopiti, svegliandosi tutti ad un tempo come tanti freschi profumi, come avessi odorato un mazzo composto di fiori svariati.

E anche adesso, in questo momento... quante cose a cui non ho pensato più! Tutta quella splendida primavera, per esempio, passata nell’Astigiano, alla campagna della cugina Irene, Elena ed io eravamo sempre insieme.

Credo abbiamo tutti nel passato cotesti amori di fanciullo, vagiti del cuore che si sveglia, l’alba che precede il sole.

Che bei momenti in quelle passeggiate verso sera cogli altri villeggianti; le mamme indietro parlavano delle faccende di casa, e i nonni, i papà e gli zii, si fermavano di tanto in tanto, perduti in lunghi e interminabili discussioni, segnavano colle mazze, linee intricate nella polvere gialla della strada; tanti piani di battaglie.

Non capivo nulla di quel che dicevano i grandi; noi, fanciulli e bimbi, ci facevano camminare avanti.