Elena ed io serii e composti ci davamo la mano camminando, gli altri strillavano, scorrazzavano nell’erba, entravano nei fossi a pigliar le rane; ricordo i pugni che facevo piovere sul dorso del piccolo Luciano, sgarbato come un carrettiere, quando buttava il fango sulla vestina di lei. Quella veste di mussolina, all’enfant, la vedo ancora!
Quante memorie, quante memorie!
Quando le scrissi: Cara ti voglio tanto bene e sono il tuo Maurizio.
E posi la lettera nel cavo del melo, in giardino, dicendole d’andarla a prendere e di farmi una risposta.
E quando andando a porre nel cavo un bigliettino, Elena fu punta da una vespa nascosta. La sentii piangere, accorsi tutto sconvolto e piansi anch’io, senza accorgermi che le lagrime lavavano via il fango fresco che le applicavo sul ditino per calmare il dolore.
E la lettera perduta nel viale, e trovata dal giardiniere che per fortuna non sapeva leggere, e non scoprì la trafila tenebrosa del nostro intrigo.
Quanti anelli di perle infilate dati in cambio dei fiori che le portavo, e come era divenuto gonfio il suo libro da messa col fermaglio che non mordeva più, e i fiori che scappavano via da tutte le parti!
Come pianse quando ci separammo.
Io volevo far l’uomo. Sicuro! Bisognava essere calmi, forti, era questione di tempo, sarei tornato di Svizzera, l’avrei sposata senz’altro.
Ed invece!...