— Merci, monsieur, ecc. ecc...... Me ne andai a seguitar il pranzo col mio vecchio amico dal dorso convesso.
Come era elegante stassera; i capelli all’oiseau royal, l’abito bleu céleste coi bottoni histoire naturelle, il cappello all’écuyère, cravatta en couleur, occhialino, brillante nel dito, e catenelle lunghe fino alle ginocchia.
Bel tipo costui.
Pensavo ai tipi che si incontrano nel cortile delle diligenze; anche da Dufour, bisogna dire, ve n’è ogni sera bella collezione.
Quel signore, per esempio, seduto sempre al tavolo d’angolo in fondo, vestito come sotto Luigi XVI, coll’abito di bourracan, calzoni corti, calze chinés, scarpe a fibbia, e capelli incipriati. Egli è stato in tutte le grandi capitali, conosce tutti i gran personaggi, non nomina mai Roma senza far di cappello, ed ha scritto un libro misterioso sulle rivoluzioni del Kamtschatka, pieno, a quel che si dice, d’allusioni finissime alla nostra situazione politica.
Quell’altro che ci saluta tutte le sere, perchè il domani parte in missione diplomatica e la sera dopo è ancor là, fresco al suo tavolo, colla sua julienne davanti e la metà di pollo al riso.
E il conte S...[5] non si lascia scappar proprio una parola.
Ma come originalità il mio gobbetto la vince su tutti[6], sempre cerimonioso fino all’esagerazione.
Stassera, sedendomi, gli ho pestato maledettamente un piede. Sono certo d’avergli dato un dolore atroce: Niente, prego!... colpa mia, tutta mia, ho l’orribile abitudine di cacciar troppo avanti i piedi.
Poi subito un aneddoto di circostanza: