Ma ella non può indovinare la febbre incessante del cuore, questo intenerimento ostinato che mi rende impossibile ogni occupazione.

Ella non può sapere che ho perduta ogni speranza di vivere tranquillo oramai, che passo i giorni coll’orecchio e l’occhio all’erta, che vorrei sapere, vedere, scoprir tante cose... Non sa come le mie notti scorrano agitate, nel dubbio, nell’inquietudine, occupato continuamente a rendermi miserabile, ed a persuadermi d’esser tale.

La seguo umile, triste, rassegnato da tanti giorni, ed in tutto questo tempo, mi parve d’essere stato due o tre volte da lei salutato con un sorriso impercettibile... Se è un’illusione, il Cielo me la conservi!

L’altra sera a teatro la vidi contrarre le ciglia, forse m’era spinto troppo avanti per vederla. Mi sentivo morir dalla smania e volevo trovarne lo sguardo.

Eppure darei la vita piuttostochè venirle a fastidio.

A certe ore mi pare d’avere un istrumento di tortura nel cervello... Se potessi riposare, di tanto in tanto e cessar di pensare!

Elena è con me dovunque io vada. Le parlo a lungo, combinando col pensiero mille incidenti, mille incontri, e lavoro... lavoro continuamente a fabbricar chimere, che alimento, accarezzo; che poi di scatto si rivoltano e mi straziano l’anima con unghie di ferro.