Lungo tutto il primo piano correva un balcone in legno ingombro di masserizie, di canestri lunghi e piatti, nei quali seccavano al sole funghi, prugne e pesche dimezzate.
Quattro tralci di vite, che neri e contorti come serpenti, s’inerpicavano lungo la muraglia, lo coprivano tutto di pampini, dai quali usciva, in quell’ora, il ronzìo monotono, rabbioso, incessante delle vespe, delle api e dei calabroni collegati all’assedio di certi sacchetti di carta nei quali erano riparati i grappoli dell’uva.
In mezzo alla facciata era dipinto un orologio solare, quasi per intero lavato via dalle pioggie, e sulla lunga sbarra in ferro destinata a segnar coll’ombra le ore, si riposavano in fila cinguettando alcune rondinelle.
— Adesso poi basta, osservò Mario a un tratto, ti consiglio a smettere d’inghiottire e conservar l’appetito per la cena.
Bastava certo, restavano nel canestro poche prugne a metà consumate dai calabroni.
— Ora, seguitò, se credi, andiamo in paese a veder le rarità; e, spingendo un cancello che si apriva nel centro di un muricciuolo di mattoni disposti a graticcio, mi introdusse nel giardino.
Un giardino qualunque: alberi nani da frutta, viali delineati da siepi basse di mortella dominate a tratti da gran cespugli tagliati un tempo a seggioloni, a confessionali, ora cresciuti ineguali e scarmigliati. Lungo le siepi dalie, girasoli, begliomini; nel centro del giardino una vasca piena di melma e d’erbaccie, un vero club di rospi e di salamandre.
Per una porticella praticata nel muro di cinta, mi fece uscir sul sagrato.
Nella Chiesa parrocchiale, mi obbligò a veder tutto: organo, pulpito, coro, sagrestia, un calice gotico, i frammenti d’antico affresco, trasportati dietro suo consiglio da un’antica cappella demolita.
Mi fece scendere e guardare lungo la via Maestra, che il sole tramontando avvolgeva in un pulvisculo luminoso ed abbagliante; le montagne in fondo si perdevano sfumate nella nebbia d’oro, gli spigoli delle finestre, dei balconi, i vetri dei lampioni mandavano fulgori accecanti, come riflettori di luce elettrica, il ruscello che scendeva nel mezzo della via, pareva la lama sfolgorante d’uno spadone colossale. Le ombre serie e maestose del parroco e del sindaco, l’ombra magra del maestro, avviati alla loro passeggiata di tutte le sere nel viale degli Olmi, si allungavano smisuratamente sul selciato.