Era ancor così presto. Ma a casa, già, non sarei rimasto.

Non sapevo che il sole che si alzava lassù sopra le colline, mi riportava ancora una brutta giornata.

Per due lunghe ore, ho spinto il tempo innanzi, come se avessi potuto fargli violenza. L’ho rotto, sminuzzato in piccoli periodi, analizzato per farlo riuscire più breve; così ho passeggiato or lentamente, or concitato, ho letto i bandi, gli avvisi, appiccicati sui canti, ascoltato i discorsi di chi passava, studiato il cielo polveroso, le montagne violacee, annebbiate, le pozzanghere lasciate dal temporale di ieri che seccavano al sole, osservate le rondini attorno al castello, luccicanti sotto i raggi, il loro numero che pareva duplicato dalle ombre guizzanti sulle muraglie...

Poi i loro trilli festosi m’infastidirono.

Sentii arrivare quel tedio che dà sensazione come d’un peso che poggia sulla nuca e preme ed opprime.

Poi l’inquietudine mi morse al cuore ed andai rapidamente all’angolo della piccola via.

Le finestre da loro occupate nell’albergo erano spalancate, vuote, guardavano come occhi morti...

Erano già usciti dunque?

Mi allontanai per via Nuova, girai nella via Santa Teresa, tornai sui miei passi, ripassai sotto le finestre...

Stassera, alla passeggiata l’aria era tepida, impregnata dell’odore del fieno tagliato di fresco ed ammucchiato nei prati vicini. Una sera stupenda per andare in giro sotto gli alberi.