Saliva dall’orizzonte, al di sopra degli alberi, un gruppo di nuvoloni cenerognoli, le foglie dei pioppi spiccavan tremolando, come piastrelle d’argento, sul fondo già scuro del cielo.

Ritornai sempre più concitato al solito posto.

Mentre scoccavano al campanile della parrocchia le tre, la vidi arrivare frettolosa, stesi le braccia allontanando il fogliame per aprirle il passo fino al mio petto,... poi lasciai le fronde, che si rinchiusero avvolgendoci.

L’avevo finalmente tra le braccia, le mormoravo colle labbra nel collo, quanto sentivo in cuore da tre lunghi giorni.

Un soffio minaccioso passò sibilando fra gli alberi, i nuvoloni grigi comparvero nell’alto, cacciando davanti uno sciame di nuvolette bianchiccie, disperse, scarmigliate come brani di cencio sfilacciati; poi guizzò un lampo, seguì subito uno scroscio di tuono, sentii sul viso una goccia, una sulla mano, altre mille crepitar sul fogliame.

Elena si sciolse e si affrettò verso casa.

Laggiù le imposte sbattevano, la banderuola del comignolo girava cigolando furiosa, gli alti alberi del giardino, disperatamente contorti, s’inchinavano sino sul tetto.

Io seguitai Elena... non mi pareva di doverla lasciare... nessuno poteva essere tornato ancora. L’uragano, scoppiato quasi all’improvviso, doveva aver costretti quelli che erano fuor di casa a cercar ricovero nel riparo più vicino.

La pioggia portata dal vento, cessò mentre si attraversava il viale, ma ricominciò quando giungemmo alla porta ed allora le goccie presero a scendere violente, filate come freccie d’acciaio.

Elena aprì l’uscio ed entrò.