Non ebbi tempo, a pensare, a riflettere, ad esitare, mi trovai travolto dall’uragano, curvato, spinto al di là della soglia, una folata rabbiosa, all’aprirsi della porta, scese rombando giù per la scala, e la rinchiuse su di noi con fracasso.

Quando tornai verso Polonghera i nuvoloni neri sparivano all’orizzonte, il cielo in alto era terso, azzurro, con una sfumatura d’arco baleno.

Il vento correva sui cespugli, sfiorando, inchinando le erbe e gli steli, rendeva ora cupo, ora chiaro e lucente il verde dei prati, staccava dai rami fronzuti le goccie d’acqua, che traversate dai raggi radenti, brillavano in aria come diamanti.

Mi ricordo di tutto.

Mi ricordo che affondavo nei solchi, sentivo l’acqua penetrarmi negli stivali, che l’aria freschissima e profumata mi accarezzava il viso, e la respiravo con ebbrezza... il passato con le sue amarezze era lontano, spariva indietro all’orizzonte coi biechi nuvoloni, l’avvenire era davanti come un gran velo color di rosa, ben teso, senza pieghe, e mi pareva di non aver che a stendere la mano e sollevarlo pian piano badando solo a non squarciarlo brutalmente.

Quando giunsi all’albergo, le stelle si accendevano in alto, in fondo il Monviso spiccava ancora netto sulla tinta ranciata che andava morendo; una gran pace pioveva dal cielo e si allargava sul villaggio e sulla pianura, ad ora ad ora più sfumati, più perduti nell’aria che si andava oscurando.

Montai alla cameretta, trovai imbandita la cena, accese sul tavolo due candele.

Posato nell’angolo vicino al canterano il fucile, sedetti a tavola ed aprii per abitudine contratta un libro. Ma perduta tosto ogni coscienza dell’azione, cominciai a riandare la benedetta storia del cuore.