Rivedevo così le vicende tutte della giornata: la partenza al mattino nel timore di non trovarla neppur quel giorno, le ore d’aspettativa angosciose, il momento ineffabile della sua apparizione... il temporale... poi la camera a pian terreno... la pioggia che scrosciava al di fuori, che si frangeva sui vetri in lucide lacrime, infine,... i ricordi ardenti che mi bruciavano il sangue.

Aveva trovato sulla spalla un lungo filo lucente, un capello nerissimo, lo avevo avvolto al dito, e vi posavo con frenesia le labbra.

In faccia, fuori della finestra aperta, i rami d’un pero poveri di foglie, staccavano sul cielo come zampe d’un ragno fantastico, colossale.

All’improvviso là, di mezzo a quei rami uscì uno strido vicino, acuto, malaugurato, che mi scosse, mi ruppe brutalmente il filo delle idee, mi gettò un freddo nelle ossa.

M’alzai, venni alla finestra e battei con forza le palme, credendo così di cacciar l’uccello di sinistro augurio.

Vidi la civetta scuoter l’ali, camminar di fianco lungo il ramo, perdersi tra le foglie, e ripetere subito il grido maledetto.

Allora andai all’angolo fra il muro ed il canterano e presi il fucile: toccando l’acciarino m’avvidi che era scarico, stesi nell’ombra la mano al chiodo ove solevo appendere il carniere, nel quale avevo polvere, piombo, tutto l’occorrente.

Il carniere non v’era.