Saltai nel cortile, sfondai d’un urto l’uscio della scuderia, senza pensare ad aprirlo, gettai in fretta, in furia gli arnesi sul cavallo, e balzato in sella, lo lanciai di carriera sul viale che mette alla strada di Murello.
Volavo come nel sogno, nell’incubo; non potevo ragionare, nè formar progetti.
Arrivare... portarla via, salvarla...
Mi pareva di sentir una voce lontana che mi chiamava là nell’oscurità, dalla parte di Murello, e allora volevo cacciar come un grido altissimo perchè si difendesse, fuggisse, mi aspettasse. Poi mi vedevo Elena davanti, pallida, straziata, morente, che mi tendeva le braccia perchè la prendessi, la salvassi, e stringevo rabbiosamente le ginocchia e mi curvavo in sella, scosso dal capo alle piante da un gran tremito, col sudore che mi gocciolava sulla fronte, mi rigava le gote, mi offuscava la vista.
Ad un punto mi fermai di scatto, sentivo gorgogliar l’acqua a sinistra, discernevo a destra un piccolo edificio chiaro.
Avevo sbagliato strada! Al santuario di Polonghera invece di torre a destra verso Murello, avevo svoltato a sinistra, mi trovavo tra la capella di San Giacomo ed il ponte sulla Macra, ad un trar di schioppo da Racconigi.
Mi serrai coi pugni le tempia, mi parve di impazzire.
La strada da Racconigi a Murello mi si apriva davanti: erano tre nuove miglia; serrai tra le gambe il cavallo, come se avessi voluto soffocarlo, gli urlai all’orecchio le più strane e insensate parole, le più violenti imprecazioni, e ricominciai ad andar come il vento all’impazzata...
Ad uno svolto fui per dar di cozzo in una vettura che arrivava, essa pure, precipitosa e senza lanterne.
Il mio cavallo schivò da sè, e la oltrepassai.