Tornai a Torino, ma l’animo non mi resse di restarvi; vagai nelle città vicine senza scopo, finchè un giorno trovandomi ad Ivrea, presi d’un tratto una vettura di posta per Aosta, traversai il San Bernardo, discesi a Martigny, e per Ginevra e Bourg andai a Parigi.

Un mese dopo il mio arrivo presi servizio; speravo trovar potente distrazione nel terribile avvicendarsi degli avvenimenti, o eterno riposo nello spaventevole spreco di umane esistenze di quegli anni.

Fui ferito in Ispagna e guarii: in Russia ove andai sottotenente in un reggimento di cacciatori a cavallo del corpo di Oudinot, lasciai due dita sulle nevi, e ritornai in Piemonte coi capelli che ne avevano preso il candore.

Un giorno questa casa, la cui soglia avevo già varcata una volta,... divenne la mia.

Vi abitai sempre ed ho disposto di chiudervi gli occhi.

Nelle sue mura ancora per molti anni rapide apparizioni mi turbarono l’animo, gettandomi agli occhi una forma, alle labbra un nome, nel cuore un bisogno sconfinato, una smania terribile di riveder Elena, di amarla ancora.

Per molto tempo cercai la notte, l’ombra, il silenzio, i sentieri, i luoghi solitarii, serrandomi ai muri, alle siepi, come un ladro, un mendicante.

Poi la calma della campagna cangiò i rimpianti in una melanconia dolce e tranquilla, gli anni si aggiunsero agli anni; contrassi un debito di riconoscenza verso un’angelica creatura che mi curò in una malattia che doveva uccidermi, debito che mi fu dolce soddisfare, consacrai la mia vita a chi l’aveva salvata, e ringrazio Iddio della felicità che mi accordò in seguito.