Bisognava pure divertirsi fino a sera.

Infine quando i cani ebbero penzolante fuor delle fauci tutta la lingua di cui potevano disporre, quando si sdraiarono all’ombra, si allungarono nei fossi col ventre nel fango, ci accordammo anche noi, esseri ragionevoli ed indipendenti, la facoltà di stenderci al riparo dai raggi.

Il calore ci assopì, il sole girando, penetrò tra le fronde, ornò i nostri abiti di cerchielli dorati, venne a bruciarci il viso, a colorarci sgradevolmente di rosso le palpebre chiuse.

Le formiche, sagaci ed industriose, s’introdussero nei praticabili, si dispersero sulle nostre persone alla scoperta di nuovi mondi a loro sconosciuti.

Infine a sera lontani da casa parecchie miglia, ci incamminammo per tornare, l’uno dietro all’altro nel sentiero fra le canape altissime ed i grani turchi rigogliosi.

Io camminavo primo, poi Mario, poi il vecchio Rocco che cantava la sua vecchia Complainte sulla diminuzione della selvaggina.

— Quando c’era il distretto, cari signori, quando i boschi venivano fino al Rifreddo, Cr...o! che tempi! Lepri grosse come asinelli, con certe testaccie quadre, e orecchie di due palmi, frotte di fagiani grassi come capponi che passeggiavano nei sentieri, come tante confraternite di frati.

Si veniva all’agguato tutte le sere, sul limite del distretto. Eravamo sei o sette, tutti lestofanti che non dico altro, ogni tanto pan... pan..., ed al chiudere dei conti erano, sei, sette, otto lepri di meno nei boschi di Sua Maestà.

Ma non si dormiva. Allora i dragoni non scherzavano, c’era un rigore d’inferno, un lepre ferito al di qua, saltava il fosso a dar i tratti al di là e non si poteva pigliarlo.

— Così, disse Mario, il confine non lo hai passato mai Rocco?