— E Filipotto, non l’hanno arrestato?
— Potevano arrestare il vento i carabinieri! era più facile... Egli passò in Francia nei zuavi o nei turcos... restò in Crimea alla presa di Malakoff.
E si andava ascoltando quel vecchio tutto abbandonato ai ricordi, che accorgendosi della nostra attenzione, cercava nelle sue memorie quello che potesse, secondo lui, interessarci.
La sera era scura, il cielo tutto coperto di nubi, la luna ne illuminava di tanto in tanto un lembo vivamente, poi appariva annebbiata, nuotante in un bagno di luce gialla, gettava un raggio pallido sulla terra e tornava a celarsi lungamente.
Ad un punto il terreno dinanzi a noi sprofondava improvvisamente; il sentiero girava sul margine di una fossa, irregolarmente scavata. Vi giungemmo in un momento di fitta oscurità, io, che camminavo pel primo nel sentiero, non vidi il precipizio e rotolai con gran fracasso fino in fondo, trascinando meco una valanga di ghiaia e di terra smossa che m’entrò nelle tasche, nelle scarpe, nel collo. I miei compagni si precipitarono a rialzarmi, si accesero fiammiferi, si constatarono i danni. Il fucile era intatto, io leggermente contuso e graffiato. Più paura che male.
Quando fummo di nuovo in cammino sulla buona via, domandai al vecchio qual fosse l’utilità di quel precipizio, e perchè si lasciasse sussistere.
— La vede, quei del paese lo sanno che c’è; forestieri non ne passano mai... Ma è vero quello che dice lei, poichè non serve a nulla dovrebbe essere spianata da anni.
Un tempo,... eh! ma andiamo indietro molto, era lo scavo d’una fornace.
Si fermò, rinnovò il tabacco nella pipa, cangiò di spalla il fucile, si raccolse un momento e ripigliò:
— Mi fa sempre un certo effetto a raccontarlo, eppure giacchè vedo che s’interessano alle cose vecchie, là successe un fatto da far rizzar i capelli.