I capelli, cari signori, si rizzavano così quando raccontava... come se avesse ancor negli occhi quello che aveva veduto.

Per terra c’era uno scialle da dama di alto rango. Mio padre lo portò a Racconigi, lo vendette e coi denari fece dir tante messe per l’anima di quella poveretta...

Mario mi strinse fortemente il braccio, guardandomi fisso, io accennai di sì col capo, ero come lui convinto che Elena aveva finito così.

LE MASSE CRISTIANE

Nel novembre 1886 fui invitato dal conte Ruggiero Sauris a cacciare nella sua terra di Ripalta-Piemonte. Il mio amico abita un grande edifizio biancastro elevato sopra un terrapieno; che domina la piazza del villaggio. Gode una vista immensa su un’estesa di poggi guerniti di castelli, affollati di villaggi, di ville, di case campestri; digradanti con variati e graziosi contorni fino a certe colline più alte e grandiose, al di là delle quali si scorgono, nel vapore dei giorni sereni, le vette rigide e maestose dell’Alpi.

Il castello di Ripalta è un quadrilatero più lungo per il verso della facciata che sui fianchi, munito all’angolo che guarda il villaggio d’un torrione quadrato, che di poco sovrasta al tetto. Nel centro è il cortile pieno d’erba, ricco di due bei cipressi alti e diritti e d’un pozzo dalle colonnette di pietra, coll’architravetto in traverso dal quale pende la carrucola. Le muraglie sono assolutamente spoglie d’ogni fregio, sia dipinto che in rilievo; nell’interno le sale e le stanze sono assai semplicemente arredate con la promiscuità di suppellettili che si osserva in molte vecchie ville piemontesi, ove l’occhio trova nei mobili, nelle tappezzerie nei quadri, le variazioni portate dalla moda e dallo stile nella seconda metà del secolo scorso e nella prima metà del presente. Osservai in un angolo della gran sala terrena una vecchia portantina sdruscita, un bell’orologio da muro a piè dello scalone; qua e là per le stanze mobili intarsiati o scolpiti con garbo, quadri di paese e ritratti di famiglia d’antica e più o meno simpatica maniera; e, nella camera che mi fu destinata, un gran panno d’arazzo di fabbrica fiamminga, teso su tutta una parete, rappresentante l’assalto dato ad una fortezza merlata da certi soldati tozzi e muscolosi, armati grottescamente alla Romana. Mi parve fresco e ben conservato.