— Come figurerebbe nel mio studio! — dissi a Ruggiero — Sulla parete di fronte al finestrone...
— Naturale! — sclamò ridendo l’amico. — Trovo però che non sta male dov’è. Ne vorrei un altro anzi, per far riscontro sulla parete di faccia e coprire quel coiame che casca a pezzi da ogni parte, ch’è una pietà; potrei cambiar parato, ma non ho quattrini. — Bello eh! — soggiunse poi riguardandolo con compiacenza, — non me n’intendo, ma mi par bello assai. Da bambino quei ceffi mi mettevan paura, non sarei rimasto qui solo per un carico di dolci. Ma sono sempre rimasti lì, boni e quieti; non mangiano, non bevono e non fan chiasso: abbi pazienza, possono starci ancora.
S’andò a letto presto, e la mattina, armati ed in punto, scendemmo sulla piazza, dove, davanti all’osteria, ci aspettavano parecchi cacciatori del paese; v’era il sindaco, se ben ricordo, il sagrestano, l’albergatore e quattro o cinque cacciatori di mestiere. Alle ultime case s’unì a noi un vecchio lungo e smilzo, con certi occhi tutto brio nel volto ossuto, raso come quel d’un prete; mostrò, salutandoci, un testone arruffato, irto di capelli bianchi, una bella fronte, poco ampia, ma molto elevata, che s’increspava e si spianava senza posa.
Ne chiesi il nome a Ruggiero.
— Dottor Vercellis, — rispose l’amico. — Vecchio assai, ma un Ercole per forza, salute, potenza digestiva e vigor di polmoni. Va che manco una saetta l’arriva ed ha un braccio che non c’è il compagno. Ha istruzione, ingegno sottile; è mezzo letterato, poeta estemporaneo; sa novellare a meraviglia. Sarebbe, te lo dico io, riescito uno scrittore di polso, un romanziere come Ponson du Terrail o Montépin. Lo pregherò di venire a cena con noi, al ritorno, lo faremo mangiar e bere bene e ci dirà qualche storia. Ti parrà di sentire un romanzo, di quelli di una volta, perchè adesso sono tutti noiosi.
Ruggiero non perde gli occhi sui libri; legge in città per pigliar sonno, in campagna quando piove. Vuole i romanzi di cappa e spada, con intreccio arrischiato, intricato e misterioso, dove si parli di donne, di caccia o di cavalli. Non conosce che tre o quattro autori. Quanto a tutti gli altri libri che il caso gli mette fra le mani, il domestico li raccatta al mattino contro la parete più lontana dal letto o appiè della finestra in giardino.
Feci la conoscenza del dottore al momento in cui si entrava in caccia; scambiammo poche parole sulla fortuna probabile della giornata e ci separammo. Ruggiero ed io facevamo, come si suol dire, la parte dei principi. Camminavamo avanti, soffermandoci, ora al sommo d’una collina, or sull’orlo della macchia, nei biforcamenti delle viottole e delle stradicciuole. Gli altri cacciatori avanzavano in fila coi cani sguinzagliati, indugiando nel folto, parlando, vociando, strepitando per dar la fogata alle lepri ed alle beccaccie.
Si correva così dall’una all’altra posta da un paio d’ore e non s’era ancora udito uno sparo, nè avuto un lampo d’emozione. Mi trovavo in un campo arato di fresco, scendente alla valle con dolce pendìo, fiancheggiato d’un bel bosco ceduo dal quale uscivano le voci lontane dei nostri compagni; vedevo le figurine brune apparire e sparire tra le fronde e balenare tratto tratto le canne dei fucili.
Ero sfiduciato, cominciavo a sentir la noia: quella sensazione d’una mano ampia che si posa sulla nuca e grava ed opprime; i piedi mi dolevano, lo schioppo pesava. V’era un termine a pochi passi, v’andai a seder su.
Presi a guardar distratto le colline coperte di macchie irrugginite dall’autunno, i vigneti deserti, l’erbe grigie dei prati nella valle dormenti nella gran pace, nella luce limpida che pioveva dal cielo pallido; abbassai gli occhi sulle zolle rotte e rivoltate del campo; poco a poco mi sfumarono davanti, mi sentii avvolto in una nube, molto lontano da quel sito e dallo scopo per il quale mi ci trovavo.