Non so quanti minuti io rimanessi così, col fucile tra le gambe e gli occhi fissi fantasticando. Un nulla vi assorbe, un nulla vi richiama, mi riscossi osservando ai miei piedi certe scheggie bianchiccie frammiste alla terra giallastra: erano frammenti d’osso.
Ne scorsi altri più precisi di forma nei solchi vicini; un capo del femore, una vertebra, una mascella che raccolsi per osservarne i denti confitti, saldi ancora negli alveoli.
Non ebbi il campo a far riflessioni, scoppiò nel bosco uno scagnar furioso; alcune grida: — Attento! attento!... — In un attimo fui in piedi tutto occhi e palpitante; scorsero tre minuti, tre secoli, poi una lepre schizzò fuor dai cespugli nel campo.
La povera bestia si avanzò prima nei solchi a gattonate, a gangherelli; s’arrestò un istante perplessa, inquieta, con le orecchie dritte, poi ripigliò trabalzando la sua corsa disperata.
Veniva a me difilato senza vedermi; posi la mira a basso, fra le zampine anteriori e quando mi parve al punto, sparai...
Fu l’unico capo di selvaggina ucciso quel giorno.
***
Tornati a casa, ci ritirammo a mutar abiti prima di cena. Deposta la cacciatora e frugando per le tasche a cercare i fiammiferi, mi trovai nelle mani il frammento d’osso raccolto il mattino. Come mai l’avevo serbato? Avevo obbedito probabilmente a quell’impulso incosciente, abituale ai cacciatori, che fa riporre in tasca la pezzuola, il pane, la pipa, al levarsi improvviso d’una selvaggina, invece di sbrigarsi col lasciarli cadere.
Ruggiero ed il dottor Vercellis m’aspettavano in sala. Mostrai la mascella al dottore, che l’accostò alla lampada, mentre l’amico mormorava:
— Quello è matto, anche le ossa di cane si porta a casa!