— Vi sarà stato un cimitero, — fece l’amico.
— No, uno scontro piuttosto, al tempo dei Branda, nel Novantanove.
— Dei Branda? — fece Ruggiero a cui quel nome riusciva nuovo affatto.
— Dei Branda, — confermò Vercellis. — Era un partito chiamato così da Branda Lucioni, capobanda realista ai tempi della repubblica. Le sue bande furono sciolte quando gli Austro-Russi si resero padroni del Piemonte. Ma nei tempi che seguirono, quando tornarono i repubblicani, chi parteggiò o fu creduto parteggiare per il Governo regio fu detto Branda. Erano pur detti in dialetto: Coui d’la smana ch’ven (quelli della settimana ventura), forse per la loro ferma fede nell’imminente ritorno del re. Ha letto: I miei ricordi, di Massimo d’Azeglio?
— Ci ho dato un’occhiata — rispose Ruggiero.
— Bene, d’Azeglio narra che i pochi vecchi e provati amici che venivano in casa di suo padre negli anni che seguirono il ritorno da Firenze, appartenevano a questo partito...
— Dottore, una storia! — interruppe Sauris; e volgendosi a me, continuò per stimolarlo: — Il dottore sa tutto quello che accadde in paese da trecento anni a questa parte, giorno per giorno come se l’avesse visto e notato. Quello che non sa lo inventa. Ma come racconta bene! Sa farti ridere da perdere i denti e farti rabbrividire e spiritare da tener la pelle accapponata per tre giorni... Dottore da bravo, una storia?
— Da ridere no, — mormorò Vercellis — con questa cosa davanti.
Incrociò le braccia e stette assorto con gli occhi fissi sulla mandibola.
— È finita, — soggiunse poi. — Non posso uscir dal Novantanove!